Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia poi passato a collaborare con la giustizia

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di Giancarlo Tommasone

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Il caso Calvi si colloca a pieno titolo tra i misteri d’Italia. Il «banchiere di Dio» fu ritrovato cadavere il 18 giugno del 1982, a Londra. Impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi. Si capì fin da subito che non si trattava di un suicidio; Calvi fu rinvenuto con dei mattoni nelle tasche e le mani legate dietro la schiena.
Sul delitto è stato chiamato a rendere dichiarazioni anche l’ex padrino Carmine Alfieri (coppola rossa alias ‘o ‘ntufato), capo della cosca che per molti anni si misurò con la compagine rivale della Nco.

Fu un periodo tra i più bui della Campania, e della Nazione intera; una sorta di Medioevo in cui caddero intere zone di Napoli e della provincia, all’insegna della ferinità della camorra.

Il 21 febbraio del 2006, il collaboratore di giustizia Alfieri è in aula,
a Roma, per riferire informazioni in proprio possesso,
circa la morte di Roberto Calvi.

Anche se il suo racconto parte da molto prima e da un uomo che si chiama Vincenzo Casillo. «Alfieri Carmine, nato a Saviano il 18-2-43 – comincia così la sua deposizione – Eravamo nel 1982 e il mio gruppo dava la caccia al vice di Cutolo, Vincenzo Casillo. Avevamo saputo, mesi prima, che Casillo si trovava con l’intero staff della Nco, a Roma».

Ma come venne a conoscenza la sua organizzazione,
dello spostamento dei vertici della Nco da Napoli nella Capitale?

«Tra febbraio e marzo del 1982 – spiega l’ex padrino di Saviano – Pasquale Galasso, che aveva subìto l’omicidio del fratello Nino (a gennaio 1982), si era trasferito a Roma. Fu lo stesso Galasso che venne a sapere della presenza dei cutoliani» nel capoluogo laziale. Naturalmente il compare di Poggiomarino (anche lui in seguito passerà a collaborare con la giustizia) si reca subito dal boss per riferirgli di aver saputo dove si nascondono i nemici. «Quindi Galasso venne da me e mi disse: compare, noi abbiamo la possibilità di ammazzare Casillo, insieme a qualcun altro del suo gruppo. Al che mi feci spiegare da Galasso, nel dettaglio, come fosse venuto a conoscenza della cosa. E lui mi disse che la notizia proveniva da tale Giuseppe Cillari, personaggio che io avevo conosciuto tempo prima, al di fuori di ambienti malavitosi. Quest’ultimo, secondo Galasso, sarebbe stato in grado anche di fornirci una base per ammazzare Casillo».
Alfieri, seppur conosce Cillari da anni, non si fida e teme che dietro il suo invito si nasconda attività di doppiogioco, ciononostante dà indicazioni al suo gruppo direttivo di tenersi pronto.
Ha paura di finire in trappola, l’allora padrino di Saviano, ma Galasso lo rassicura, affermando che nel periodo in cui si trovava a Roma, era stato spesso ospite proprio a casa di Cillari.
«Io però continuavo a non fidarmi e quindi chiesi a Galasso di combinare un appuntamento nella mia zona con Giuseppe Cillari. L’incontro avvenne e seppur imposi a me stesso e ai miei di stare sempre all’erta, mi tranquillizzai alquanto e mi adoperai per far partire gli appostamenti utili ad attentare alla vita di Casillo», racconta Alfieri.
«Signor giudice, voglio sottolineare una cosa – dichiara l’ex padrino – sia io che Galasso volevamo ammazzare i cutoliani perché avevano ucciso i nostri rispettivi fratelli, Salvatore e Nino. Siccome non potevamo arrivare a Cutolo che stava in carcere l’obiettivo principale della nostra vendetta era Casillo. Poi venivano gli altri vertici della Nco».

(I – continua)

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