Un frame del video relativo all'esplosione della bomba carta in Via dei Tribunali

di Giancarlo Tommasone

Che il centro storico di Napoli, e in particolare la zona di San Gaetano, sia lo scenario dello scontro che si combatte tra i Sibillo e i Mazzarella, non è una novità. La circostanza viene ulteriormente ribadita nel decreto che ha portato al fermo di tre persone (considerate legate al clan Mazzarella), accusate di aver messo a segno una serie di azioni intimidatorie (con esplosioni di colpi di arma da fuoco e di una bomba-carta) e di estorsioni in danno del titolare della pizzeria «Pizza e pummarola».

Scontro
Mazzarella-Sibillo,
il pestaggio
e la rapina del telefonino

Tra le conversazioni  intercettate e allegate agli atti, c’è pure quella relativa a una telefonata che intercorre tra uno degli indagati, Antonio Iodice (finito in carcere insieme a Pietro Perez e Marco De Martino), e Giovanni Matteo (ritenuto appartenente al gruppo Sibillo). Assume particolare importanza, soprattutto per rendere le dimensioni della  «guerra tra criminali straccioni» che si combatte al centro storico, lotta tra clan che attenta quotidianamente alla sicurezza di una intera città. E per difendere la quale c’è una sola strada da percorrere: denunciare e mettere le forze dell’ordine nelle condizioni di poter agire. Perché maggiore sarà il silenzio, più facile diventerà il bersaglio. La telefonata è captata il sei marzo del 2019. Iodice viene avvertito dal fratello, che gli spiega come la sera precedente un loro amico, tale gessetto, soggetto non meglio identificato, sia stato malmenato da Giovanni Matteo e da altri appartenenti ai Sibillo. Nella circostanza, gli aggressori, oltre a picchiare il ragazzo, gli hanno portato via anche il telefono cellulare. Iodice, dunque, avvia la chiamata verso l’utenza intestata a gessetto, e gli risponde Matteo (che ha effettivamente il cellulare preso al ragazzo, la sera prima).

La telefonata intercettata
il sei marzo del 2019

I due si scambiano offese e minacce di morte.  «Io ti schiatto con le mani (…) Tu e Pierpaolo (Perez, ndr) siete infami (…) Tu sei buono solo a sparare nelle pizzerie: hai preso l’appalto con i fabbri?», dice Matteo. «Voi vi morite di fame (…) tu non hai i soldi nemmeno per comprarti un motorino», ribatte Iodice. E il suo interlocutore risponde: «A noi i soldi non ci servono. Noi facciamo la malavita per stile di vita». Dal tenore e dai contenuti della conversazione emerge dunque oltre a un quadro desolante e degradante sotto ogni aspetto, anche uno spaccato relativo alla dimensione di questi gruppuscoli malavitosi, per contrastare i quali non ci sarebbe bisogno certo dell’Esercito o di corpi speciali, ma di mirate indagini e azioni di polizia giudiziaria. I gruppuscoli continuano a terrorizzare la città grazie soprattutto al silenzio e all’omertà che attecchisce in certi ambienti.

Ad esempio, tornando all’estorsione nei confronti della pizzeria «Pizza e pummarola», gli indagati hanno gioco facile poiché il titolare dell’attività, secondo quanto riportato nell’ordinanza, oltre a non denunciare per paura di ritorsioni, sarebbe frenato anche dal fatto di avere un passato da detenuto e di frequentazioni con personaggi inseriti in contesti malavitosi. Parlando con la moglie (che poi sarà l’unica a denunciare), il titolare di «Pizza e pummarola», afferma:  «Ma tu, cosa vorresti? Che io debba dire tutto a questi qua (ai carabinieri)?  Dopo però devo andare via da Napoli. Mi sono fatto 20 anni di carcere senza dir nulla… e che tengo a che vedere io».  I due vengono intercettati mentre si trovano nella sala d’attesa del Comando provinciale dei carabinieri di Napoli. Durante una delle conversazioni la moglie del titolare del locale, ripercorre quanto subito dalla famiglia: «Scusa ogni volta che tu hai detto no, hanno sparato… ogni volta che hai detto no. Sotto Natale è successo il fatto della pizzeria… e poi a gennaio è successo il fatto del balcone e della bomba a Sorbillo… ma era a noi. A Sorbillo, chi lo tocca? Nessuno lo tocca. Si è fatto solo pubblicità dopo quel fatto».