lunedì, Gennaio 24, 2022
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Blitz dopo la mattanza del Bar Roxy: il killer Giosuè Belgiorno torna in carcere

Il rampollo del clan Pagano arrestato dopo la condanna definitiva per l’omicidio D’Andò: deve scontare 20 anni, ma è malato di Sla. Perquisizioni a tappeto nella piazza di spaccio della 167

di Luigi Nicolosi

Dopo la strage sfiorata al Bar Roxy, scatta la retata alle porte di Napoli Nord e in manette finisce il ras degli Amato-Pagano, Giosuè Belgiorno. Il 31enne, imputato per l’omicidio di Antonio D’Andò, a inizio mese è stato condannato in via definitiva e per lui si sono adesso riaperte le porte del carcere. Quanto tempo resterà dietro le sbarre è però adesso tutto da capire: il sicario è infatti malato di Sla e proprio per questo motivo nella primavere del 2020 aveva ottenuto gli arresti domiciliari. Misura che adesso gli è stata revocata. 

A entrare in azione alle prime ore dell’alba sono stati i carabinieri della compagnia di Casoria, che insieme a quelli del reggimento Campania e delle squadre Sos e Api stanno presidiando la città di Arzano con controlli e perquisizioni. Decine di militari hanno setacciato i rioni ritenuti più sensibili e tra questi quello della 167, una delle principali piazze di spaccio dell’hinterland nord.

In arresto, in esecuzione di ordine di carcerazione emesso dal Tribunale di Napoli è invece finito il 31enne Giosuè Belgiorno, già sottoposto ai domiciliari e ritenuto uno degli elementi apicali del clan Amato-Pagano: è infatti parente stretto del boss detenuto Cesare Pagano. Ispezioni in corso nelle aree condominiali dove sono stati rimossi cancelli e ostacoli abusivi. 

Belgiorno, figura emergente del clan degli Scissionisti, ritenuto molto vicino al giovane boss Mariano Riccio, da qualche tempo è infatti alle prese con una malattia di difficile gestione. Per questo motivo nell’aprile dello scorso anno, aveva ottenuto gli arresti domiciliari. La Corte d’assise d’appello, terza sezione, a inizio gennaio, quando non ancora non era divampata l’emergenza Coronavirus, di fronte a Belgiorno, aveva ritenuto che fosse compatibile col carcere. Il perito nominato dal Tribunale, depositata la perizia, dopo visita effettuata a Secondigliano e con la quale ha sostanzialmente affermato l’incompatibilità col carcere, anche per la pericolosità di un contagio da Covid-19 per un malato di Sla. Belgiorno ha così potuto fare ritorno nella propria abitazione.

Quello di “Tonino” D’Andò è un delitto che ancora oggi viene ricordato per la sua efferatezza. Esponente della fazione Amato del clan degli Scissionisti, la vittima fu assassinata nel 2011 dopo essere entrata in rotta di collisione con la persona sbagliata: Mariano Riccio, genero del boss Cesare Pagano e giovane ras della costola maranese dell’organizzazione. Gli Amato e i Pagano, storicamente in ottimi rapporti “di vicinato”, in quella circostanza si ritrovarono così impelagati in uno spargimento di sangue tanto breve quanto inaudito.

Dopo l’agguato, il corpo di D’Andò venne letteralmente sepolto in un campo di Arzano e lì rimase per ben otto anni. Soltanto nell’aprile 2019, dopo l’arresto e la successiva confessione del boss Riccio, oltre che dei suoi sodali, le indagini sul caso arrivarono al definitivo punto di svolta. Grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, in primo grado Riccio, Emanuele Baiano, Giosuè Belgiorno, Ciro Scognamiglio e Mario Ferraiuolo riuscirono a cavarsela con “soli” vent’anni a testa.

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