La faccia sempre più sporca della malavita organizzata

I bambini, essenza dell’innocenza umana, benedizione del cielo per ogni coppia che può godere del frutto principe dell’unione, desiderio ardente per chi non riesce ad averli. E poi, capita pure, che dove non può il cielo o l’evento naturale (che dir si voglia), arrivi l’uomo. E non attraverso la classica adozione, bensì con mezzi illeciti. In terra di camorra, poi, si fanno i conti anche con la circostanza di un bimbo di colore «adottato» da un componente del clan degli Scissionisti di Secondigliano; un bimbo che fa da «garante» per un patto scellerato chiuso tra la cosca dei ribelli dell’area nord e la mafia nigeriana con base a Castel Volturno. Quando si trasferisce dal centro del Casertano ai Sette Palazzi, presso una famiglia di narcos di Scampia, ha sei anni. Il bambino, trattato come un figlio, uno di casa – riportano informative di polizia giudiziaria – fa da «garante» al patto siglato tra Scissionisti e mafia nigeriana, per il traffico di stupefacenti, soprattutto dell’affare eroina.

A sei anni trasferito
dalla famiglia legata
alla mafia nigeriana
a quella dei narcos
dei Sette Palazzi

Secondo un esperto investigatore, ascoltato da Stylo24 relativamente al caso in oggetto, non si tratterebbe di un’adozione violenta o dettata solo da strategie squisitamente camorristiche, piuttosto «della dimostrazione, chiara, che le alleanze commerciali, nel campo degli stupefacenti, tra i gruppi nigeriani e quelli partenopei si sono a tal punto consolidate da rendere possibile il trasferimento di un giovanissimo membro della comunità nigeriana in una famiglia napoletana». In effetti, l’esclusiva sul traffico di eroina della mafia nigeriana, è da equiparare, in tutto e per tutto, a quella della cocaina, che hanno i colombiani. E gli Scissionisti, per approvvigionarsi dello stupefacente (eroina e polvere bianca), si interfacciano direttamente sia con l’uno che con l’altro cartello. E il «garante» dell’accordo può essere, come abbiamo visto, anche un innocente di sei anni.

Caccia alla donna rumena
che avrebbe già venduto 4 figli

Sui bambini «utilizzati» nelle logiche criminali, si incentra  anche una recente inchiesta condotta dal pm Antonella Fratello, del pool anticamorra guidato dall’aggiunto Borrelli. Attraverso le indagini si è arrivati a individuare almeno quattro casi di neonati messi alla luce da una donna di origine rumena, e poi venduti ad altrettanti padri italiani, ognuno per la somma di 10mila euro. Sotto la lente della Procura di Napoli, un presunto giro di utero in affitto, o meglio a pagamento, scoperto anche grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Elio Cafiero. I destinatari del «frutto» della donna (al momento irreperibile, si ipotizza possa essere tornata in patria) vivono tutti nella provincia partenopea. Tra essi c’è anche un affiliato a un clan dell’area orientale, che argomentano i magistrati, ha ricevuto in dono il bambino, grazie all’intercessione del boss per il quale opera.

Il «regalo» del boss
dell’area orientale all’affiliato

Il ras in questione è finito sotto inchiesta e poi rinviato a giudizio, per falso e alterazione dello stato civile, il tutto aggravato dal fine mafioso. In pratica, avrebbe fornito dati fasulli all’atto del riconoscimento del neonato. Al piccolo sarebbe stato cambiato cognome e poi sarebbe stato, nei fatti «regalato» all’affiliato. Non solo per legarlo ulteriormente al boss e al suo destino criminale, ma pure – ipotizzano gli inquirenti – per dimostrare che la potenza della consorteria criminale, riesce perfino (passateci il termine così crudo) a «reperire» figli, comprandoli e offrendoli a chi non ne può avere in maniera naturale, o lecita (con l’adozione).