baby boss guadagni droga

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di Giancarlo Tommasone

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Tutto in una notte, tutto dannatamente veloce e schizofrenico, proprio come gli effetti della polvere bianca. Chili di cocaina, in sacchetti e «plance» da 500 grammi, già tagliati e pronti per essere divisi in dosi.

Due le destinazioni: le piazze di spaccio dell’area nord
e quelli che qui chiamano «colli bianchi», vale a dire i vip.

Ovvero i clienti importanti, per lo più professionisti di rango, ma anche artisti e persone inserite nel jet-set partenopeo. A parlare, un affiliato a un clan emergente di Scampia, intervistato dal giornalista David Beriain che a Napoli ha realizzato il video-reportage «Baby Camorra» per il format «Clandestino».
Alla guida della cosca c’è un capo poco più che ventenne, che si definisce il numero uno dei baby-boss, «quello che adesso comanda in tutta la città», dice.

I suoi affiliati lo temono, su un tavolo da lavoro
il corriere prepara le commesse per la notte.

Pesa le buste che contengono la droga, due chili per le piazze, un chilo e mezzo per i «colli bianchi». I vip acquistano in quantità maggiori e quindi, secondo una delle elementari regole del mercato, meritano un trattamento particolare, di favore: la cocaina a loro destinata è «mischiata» (leggi pure trattata) solo al 10%.

Si devono accontentare di sostanza tagliata al 30%, invece,
i tossici di serie B, quelli che si riforniscono dagli spacciatori di strada, presso le rivendite a cielo aperto che costellano Scampia, Secondigliano e i paesoni-dormitorio dell’area nord.

Pure tra i drogati c’è una gerarchia. La droga si tratta con diversi medicinali, così dice l’addetto alle preparazioni e allo smistamento. Beriain gli chiede quanto tempo occorra per vendere la quantità di coca che c’è sul tavolo.
«Appena un giorno, perché la richiesta è continua – risponde – Di qui passa tanta droga, ma non posso dire di più, altrimenti il capo si infuria e poi adesso si è fatto tardi e bisogna portare la droga agli spacciatori». Ripone la merce in una scatola di cartone e parte alla volta della notte. Cambio di location, il giornalista è in un appartamento con il baby-boss di Scampia. Le luci sono spente. In strada ci sono i pali, ragazzini che hanno un doppio incarico: quello di segnalare la rivendita e quello di smerciare lo stupefacente. La loro presenza indica che lì c’è una piazza, il cliente si avvicina, lascia i soldi, riceve la dose.

Il capo è nervoso, teme che arrivino le guardie
e allora chiede a Beriain di fare in fretta, di essere rapido
con le domande. Quante sono le piazze che gestisce? Gli si chiede.

«Tante, ho perso il conto, perché comando in tutta Napoli». A quanto si vende la cocaina? «Tra i 65 e i 70 euro al grammo. Metti che oggi prevedo di guadagnare 100mila euro». Il commercio è «difeso» anche da un serie di vedette, che pure vengono dette pali. Mentre si è intenti a spiegare questo aspetto del business, alla voce del baby-boss si accavalla quella di un affiliato che ha l’ardire di intromettersi nella conversazione. «Che cosa stai dicendo? Zitto. Qui parlo solo io», dice il capo, stroncando sul nascere il tentativo dello sgherro. Questi, capendo l’antifona, tace immediatamente.

E nel caso in cui ci fosse un blitz delle forze
dell’ordine, cosa succederebbe? Chiede Beriain.

«Se vengono le guardie se ne scappano. Ma mi capisci? Non mi fare domande strane», risponde il capo, cominciando a innervosirsi e recependo quanto chiesto dal giornalista quasi come una offesa rispetto al potere che esercita.
A questo punto, Beriain temendo di poter ulteriormente urtare la suscettibilità del suo interlocutore, decide di mettere fine all’intervista prima di quanto avesse previsto. «Per me può bastare così», fa il giornalista. «A posto, ciao», passa e chiude il baby-boss di Scampia.

(III – Continua)

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