di Giancarlo Tommasone

Il culto del Napoli, il fascismo, il numero 17 che torna come un mantra.
“E questo che significa? A chi è dedicato?”, sul fianco dello scooter di grossa cilindrata c’è appiccicato un adesivo con due cifre. “Questo è per il capitano. Lo sai, no? Quest’anno il capitano ha fatto trent’anni. A Napoli sta dal 2007, sono dieci; è una bandiera, la maglia se la sente cucita addosso”.

A GUARDIA DI UNA FEDE – CURVA A
Lui però è uno che non si affeziona ai giocatori, così come appunto impone la mentalità ultras, li rispetta sì, ma al primo posto c’è la maglia, solo la maglia. Lui la casacca azzurra la difende ogni volta al San Paolo e in trasferta, nelle fila di quei mastini, guidati fino a qualche anno fa da Gennaro De Tommaso, Genny ‘a carogna, quello dei fatti dell’Olimpico; quello seduto in cima al cancello e che tutto il mondo ha conosciuto poco prima dell’inizio della finale di Coppa Italia a Roma il 3 maggio del 2014. La sua casa è uno dei ‘fossati’ dell’impianto di Fuorigrotta, la gradinata che ospita i duri e puri del tifo organizzato: la Curva A. L’abbiamo visto sfoggiare il numero 17 sulla nuca appena rasata, ‘ritagliato’ sotto due lettere puntate: E. S. In questo caso il calcio e Marek Hamsik non c’entrano, quel taglio è l’omaggio, il voto, la devozione a Emanuele Sibillo (leggi la prima parte dell’inchiesta). “Ora si atteggiano tutti quanti a fare i baby boss, ma sono e resteranno sempre e soltanto una sua brutta copia”, si lascia sfuggire.

Le iniziali di Emanuele Sibillo sulla nuca di un giovane simpatizzante del clan
Le iniziali di Emanuele Sibillo sulla nuca di un giovane simpatizzante del clan

ISLAM E FASCISMO
La barba è folta e lunga, niente a che fare con gli hipster, è il segno distintivo dei ‘barbudos’ che si ispirano ai jihadisti, e lui si sente un fedele dei vicoli, uno che parteggia e difende i soldati di Forcella e i suoi martiri. Eppure una croce tatuata dietro al collo denota una fede diversa, una fede certo, tutta da tradurre e comprendere. La croce ‘incisa’ in maniera alquanto dozzinale reca sui bracci due ali che ricordano quelle di un’aquila romana, la stessa che nell’iconografia del Ventennio vediamo far presa con gli artigli ed ergersi sul fascio littorio.

Il giovane boss Emanuele Sibillo
Il giovane boss Emanuele Sibillo

Il quadro comincia pian piano a delinearsi. Non so perché avevo sempre immaginato i ‘barbudos‘ dei Decumani emuli di Castro o del Che, poi collego la sua appartenenza alla Curva A e alla deriva destrorsa del tifo partenopeo. “Ma sei fascista?”. “Sono fascista e me ne vanto. La storia siamo noi”. Capisco che si tratti di una cultura malata che mescola simbolismi oscuri e religioni lontane di cui, in sostanza, i sedicenti depositari, i ‘sacerdoti’ dei vicoli, danno l’impressione di sapere poco o nulla. L’unica costante, il collante che lega in modo inconsistente dando l’apparenza di cementificare il tutto, è rappresentato dal potere. Dalla sua affermazione. Dalla sua esibizione.

Sulla moto insieme al bambino e a una pistola giocattolo

LASCIATE CHE I BAMBINI VENGANO A ME (MATTEO 19, 13-15)
Può sembrare un’immagine innocente, leggera, ma non lo è. Lui è seduto sullo scooter con un bambino. Hanno entrambi il casco; lui ha l’immancabile barba lunga da jihadista, il bambino impugna una pistola e punta. Ne abbiamo viste tante di foto così, rimbalzano ormai da anni e ci portano in territori di guerra, ci portano direttamente in Siria. Eppure a ben pensare si tratta solo di un ragazzo di vent’anni e di suo figlio. Si tratta solo di una pistola di plastica. Voglio convincermi che sia così, forse è così. “Che senso ha questa foto?”. “Allora non hai capito. In questo cazzo di mondo, se non hai i soldi in tasca e il rispetto della gente, non sei proprio nessuno”. Queste parole cacciano via i miei dubbi, devo convenire che non c’è innocenza in questa foto, non c’è perché è stata volutamente recisa. Si tratta di una prima fase di indottrinamento, simile a quello rivolto agli sfortunati pargoli capitati nelle mani dei combattenti dell’Isis. Nulla cambia, poche nella sostanza le differenze, nemmeno conta il fatto che quella che impugna il bimbo sia solo una innocente pistola di plastica col tappo rosso, l’unica innocenza rimasta.

Il capo ultrà Gennaro De Tommaso, detto Genny 'a carogna
Il capo ultrà Gennaro De Tommaso, detto Genny ‘a carogna