di Matteo Luca Andriola.

L’autonomismo, si sa, è da sempre un cavallo di battaglia delle vecchie leghe regionaliste e in seguito della Lega Nord di Umberto Bossi. Ma la vulgata sembrava voler dipingere una Lega, quella di Matteo Salvini, diversa, ormai “nazionalista” e “sovranista”. Ma l’autonomismo regionale, se usciva dalla porta, rientra ora nel dibattito contingente sotto forma di autonomia differenziata, e pare dividere l’esecutivo Conte.

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I promotori di questa iniziativa, i presidenti delle regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, hanno fatto sentire la loro voce sui social e sui giornali: il presidente veneto Luca Zaia ha detto che «Conte ora ha davanti a sé a due alternative: o ci presenta il testo sull’autonomia differenziata o butta la spugna, ma se butta la spugna manda all’aria tutto. Io tifo perché ci sia un testo», ma dev’essere un’«autonomia vera e non di una presa in giro», mentre per il lombardo Attilio Fontana «L’Autonomia – scrive su Facebook – è una grande opportunità per tutto il Paese, da Nord a Sud. Il premier Giuseppe Conte mi aveva rassicurato sulla volontà di arrivare a una soluzione, così non è stato. Ha scelto l’assistenzialismo, la vecchia politica, la restaurazione invece di guardare al futuro dei nostri ragazzi». È un pressing che continua da mesi, e va oltre gli schieramenti: dopo la vittoria alle regionali in Abruzzo, Salvini dirà: «Io, da autonomista, non posso dirvi di fare l’autonomia. Spetta a voi decidere». Zaia invece lanciava l’appello su Twitter affinché «tutte le regioni, soprattutto dal Sud, chiedano l’Autonomia» anche se «c’è qualche Ministero che ha un po’ di ritrosie» [https://twitter.com/zaiapresidente/status/1094968654981197824], riferito al M5S. Perché nel contratto di governo si parla di «maggiore autonomia alle Regioni trasferendo maggiori funzioni amministrative», e Roberto Maroni, senza mezze parole ha dichiarato che «se i 5 Stelle boicottano l’autonomia, la Lega deve rompere», concetto questo poi ripreso anche dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, a cui l’intesa coi grillini sta stretta. «L’autonomia è nel contratto e si farà – ha dichiarato Di Maio – ma sarà un’autonomia per tutti gli italiani, equilibrata e giusta». Ma cosa prevede veramente l’autonomia?

Anche se l’art. 5 della Costituzione recita che la Repubblica è «una e indivisibile», l’autonomismo è garantito perché lo Stato «riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento». Il terzo comma dell’art. 116 però, prevede che le regioni che presentano bilanci virtuosi possono chiedere allo Stato l’assegnazione di maggiori competenze rispetto a quelle normalmente attribuite. Questo ha spinto le tre regioni settentrionali a chiedere più autonomie, l’Emilia-Romagna con un’iniziativa dell’Assemblea regionale con l’approvazione della risoluzione 5321, che impegna il Presidente della Giunta ad avviare il negoziato con il Governo per l’Intesa prevista dall’articolo 116, mentre Lombardia e in Veneto a seguito di un referendum consultivo svoltosi il 22 ottobre 2017, dov’è prevalso il Sì, il 96% in Lombardia e il 98% in Veneto.

Ma lo snodo principale è la questione fiscale, vista la richiesta dei tre richiedenti di trattenere fino al 90% delle tasse pagate dai propri cittadini, cosa che per molti questo significherebbe una secessione fiscale, soft, atta però a spezzare in due il paese, tra un Nord ricco e un Sud povero. Va detto che i referendum sono consultivi, ergo il governo non è obbligato a soddisfare le richieste, ma viste le premesse esposte dalla Lega, la posta in gioco è alta.

Primariamente le due regioni hanno inviato al Ministro degli Affari Regionali Erika Stefani (Lega), due bozze contenenti le richieste, e cioè il trasferimento dallo Stato alle Regioni della gestione delle infrastrutture autostradali e stradali in capo all’Anas e degli aeroporti come Malpensa o il Marco Polo di Venezia. Sarebbero loro i concedenti, e non più lo Stato italiano. Uno smacco per il M5S che, per bocca del ministro Toninelli, ha parlato di nazionalizzare le autostrade (ma già nazionalizzate e date in concessioni ad enti concessionari), togliendo le competenze al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Sempre alle Regioni passerebbe la competenza delle gestione delle opere d’arte, di competenza statale. Parliamo di opere come il Cenacolo di Leonardo a Milano, i palazzi di Canal Grande a Venezia e tantissimi musei. Nelle bozze vi sono dei passaggi in cui viene richiesto il trasferimento delle competenze per la «valorizzazione dei beni culturali e ambientali, promozione e organizzazione di attività culturali». Maggiore sarà il numero di decimi di Irpef che le Regioni potranno chiedere allo Stato di mantenere sul territorio per poter finanziare la spesa derivante dalla gestione delle materie diventate oggetto di governo regionale. Non a caso, sempre nella bozza riservata, si legge che le Regioni chiedono «l’attribuzione delle relative risorse umane, finanziarie, e strumentali».

 

Secondo Panorama per «gli esperti ci vorrà del tempo prima che le regioni possano trattenere sul proprio territorio gli incassi Irpef: più o meno sei anni a far data dall’approvazione della legge in Parlamento.» Per adesso i vari tecnici sono al lavoro per definire i costi storici delle varie funzioni amministrative potenzialmente trasferibili e se dovessero essere equivalenti a un decimo dell’Irpef, quel decimo potrebbe restare nelle casse regionali.

Dalle bozze viene paventata la fine del sistema sanitario nazionale in nome di una sua regionalizzazione. L’articolo 116 della Costituzione già attribuisce alle regioni competenze statali in materia di salute. Ma con l’autonomia differenziata, dalle bozze, cadrebbero molti altri vincoli, a partire dalla gestione spesa: il governo propone che le regioni stabiliscano i propri Livelli essenziali di assistenza (Lea) e le proprie tariffe, pagando il tutto con i propri soldi, con riferimento al costo storico delle funzioni e attraverso la compartecipazione delle imposte, anche in difformità rispetto ai vincoli di bilancio validi per le altre regioni. Si creerebbe così una “somma di servizi sanitari regionali”, con la fine di quello nazionale, ovviamente a vantaggio delle regioni con Lea alti, come Lombardia e Veneto, rispettivamente 209 e198 punti, contro regioni del Sud come la Calabria (144) e la Campania (124).

Si creerebbe una spaccatura fra Lega e M5S e fra regioni meridionali e settentrionali al di là dello schieramento, basti pensare che l’idea regionalista attecchisce non solo in Emilia-Romagna, storicamente di centrosinistra, ma in Liguria, Piemonte, Toscana, Umbria e Marche, mentre le regioni meridionali – Basilicata, Calabria o Campania – non ne vogliono sentir parlare, in prima linea contro la «secessione dei ricchi», termine coniato dall’economista dell’università di Bari Gianfranco Viesti, autore del pamphlet edito da Laterza Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale (2019).