Carlo Ancelotti e Aurelio De Laurentiis nel giorno della presentazione dell'allenatore azzurro

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di Lorenzo Serra.

C’era una volta uno dei siti più autorevoli del panorama calcistico napoletano. C’erano una volta delle “penne” capaci di scrivere fuori da un coro che da sempre andava in una unica direzione. C’era una volta ‘Il Napolista’. C’era una volta, ma adesso non c’è più, direbbe qualcuno. La deriva presa dalla testata di “informazione e analisi politico calcistica”, così come loro stessi si definiscono, è giunta al capolinea. Il qualcuno di cui sopra direbbe, ha toccato il punto più basso. Ha completato la sua trasformazione nel ‘Negazionista’. Capace di negare, appunto, una realtà sotto gli occhi di tutti, solo per difendere la crociata portata avanti dalla scorsa estate. Quella a favore del presidente del Calcio Napoli, Aurelio De Laurentiis, trasformato, pur di sostenerlo e provare a creargli attorno una immagine positiva, in un “anziano malato”, truffato da una sorta di mostro, capace di ingannarlo nella ormai famosa storia del selfie rubato. Ora l’immagine di una persona come Aurelio De Laurentiis, quello del “siete delle merde!”, del “le metto le mani addosso”, del “sa perché?!”, del “eravate nella merda”… e potremmo continuare all’infinito, poco si allinea con quella di un anziano indifeso, magari truffato da un malvivente all’uscita della posta o di un supermercato. E secondo noi allo stesso patron azzurro poco piace. Magari avrà anche trovato il modo di farglielo sapere attraverso un filo diretto.

Ma questa è solo la punta di un iceberg che trova origine nell’addio di Maurizio Sarri, mai digerito dal ‘Negazionista’, dopo il suo arrivo al posto di Rafa Benitez. Per loro stessa ammissione, infatti, loro, quelli del ‘Napolista’, si sono sempre definiti “rafaeliti”. E d’altronde se il palmares del tecnico ex Liverpool è stato capace di annebbiarli, non osiamo immaginare le reazioni, diremmo eccitazioni, psicofisiche all’annuncio di Carlo Ancelotti. Anche perché basta leggere gli “articoli” scritti da allora. Non è facile, ma ci si può provare. Una serie di esaltazioni del tecnico che ha scelto Napoli rispetto all’alternativa della Nazionale e quella della carriera da commentatore tv, anche quando non ce n’era alcun bisogno. Pronte a fare da contraltare alle filippiche contro l’allenatore adesso sulla panchina del Chelsea (anche oggi ce n’è una dopo il pari interno contro il Burnley), “colpevole” di aver regalato al Napoli il gioco più bello della sua storia e una identità che sta tutta in quel dito medio mostrato, solo 365 giorni fa, non a tutta la tifoseria juventina, ma a coloro che insultavano lui e i giocatori in quanto napoletani. “E se avessi potuto sarei anche sceso”.

 

Ma quel tecnico in tuta, incapace di ruffianerie e che quando c’è stato tempo e modo di rispondere a tono a un qualsivoglia giornalista sportivo, non si è mai tirato indietro. Si fosse trattato di una dissertazione tattica o di una consulenza su come cucinare la pasta e patate. E forse questo non è mai andato giù. Molto meglio Ancelotti, che proprio al ‘Napolista’ ha concesso una intervista in esclusiva durante questa stagione. Una rarità vera e propria, conoscendo il rapporto della società azzurra con i mass media. Sarebbe stato impossibile immaginare una cosa simile qualche anno fa. Ma la “bravura” del sito è stata quella di conquistare la fiducia di don Aurelio fin dalla scorsa estate. Immaginiamo la richiesta, alla presenza del capo ufficio stampa, un po’ come quella fatta da Massimo Troisi e Lello Arena a San Gennaro per chiedere i numeri vincenti (“San Genna’, tu già sai…”). In questo caso si è trattato di una intervista in esclusiva, che è stata riportata da testate nazionali e non solo. Bene, bravi, bis!

Peccato che quella che loro tendono a far passare come una colpa, ovvero criticare società e allenatore, senza dimenticare la squadra, al termine di una stagione che ha visto il Napoli fuori dalla Coppa Italia, dall’Europa League e a 20 punti dalla Juventus, a cinque giornate dalla fine, con un secondo posto per nulla sicuro, dovrebbe essere un obbligo. Un dovere da parte di chi fa questo lavoro. E se non lo si può fare neanche dopo l’ennesima sconfitta, tra l’altro interna, contro l’Atalanta… Ma, in fondo, è la storia del popolo napolista, pardòn, napoletano, a parlare. Quella che racconta come, dagli Angioini ai Borbone, agli Aragonesi, servire il re e il padrone, pur di avere un posto a corte, sia la massima aspirazione. Il punto di arrivo. Che, in certi casi, coincide anche con quello più basso.

 

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