di Silvestro Gallipoli*

Caro Direttore,
nella videoinchiesta dal titolo «Ex discarica Resit, dove la terra fuma», si condensano due classici mantra mediatici della Terra dei fuochi: la discarica Resit e la “terra che fuma”.
Per dare un quadro della situazione nella zona, riportiamo una mappa del sito estratta dallo “Studio del sito contaminato di Masseria del Pozzo Schiavi nel comune di Giugliano in Campania” coautori Armando Di Nardo, Immacolata Bortone e Dino Musmarra pubblicato nel 2010, da cui si evince che, nell’area sono presenti  discariche e siti di deposito di ecoballe di dimensioni ben superiori  a quelle della Resit

Per le sole discariche, la situazione descritta è la seguente:

Cui vanno aggiunti i seguenti impianti di trattamento e deposito rifiuti:

Dunque, volendo limitarci alle vere e proprie discariche, nell’area vi sono oltre 45 ettari di discariche. La Resit, coi suoi 5,6 ettari, rappresenta circa il 12% del totale delle superfici interessate da discariche. E ci limitiamo alle sole autorizzate.
Passiamo ora al secondo “mantra”: la terra che fuma.
Immagine di impatto che parla facilmente alla “pancia”, evocando chissà quale problema. Impattante pure la notazione, volutamente ansiogena, del protagonista del video che si chiede, con aria allarmata, da dove vengano i fumi ripresi in secondo piano, non essendo in zona vulcanica.
In realtà, è risaputo che la sostanza organica contenuta nei rifiuti urbani, con la sua fermentazione, produce biogas. Ma non solo, è noto, almeno dal 1992 che la degradazione fermentativa dei rifiuti urbani, oltre al metano (ed a diversi composti odorigeni quali ad esempio VOC, mercaptani, idrogeno solforato, aldeidi, NH3, causa delle maleodoranze tipicamente presenti nelle aree di conferimento e di trattamento dei rifiuti organici) produce idrocarburi aromatici (benzene, ethilbenzene, xylene, toluene etc.) e clorurati (Tricloroetano, Dicloroetano, Tetracloroetilene (PCE), Tricloroetilene (TCE), volgarmente meglio noto con il nome di Trielina, Dicloroetilene, Cloruro di Vinile (CVM) etc.).
Non c’è nemmeno da meravigliarsi più di tanto del fatto che i suddetti gas, se le discariche non vengono opportunamente gestite e, post mortem, messe in sicurezza, migrino lateralmente nel suolo insaturo (non saturato d’acqua) allontanandosi dalla discarica.

Per quanto riguarda l’impatto sulla salute umana, lo “Studio modellistico dell’impatto sulla qualità dell’aria delle emissioni delle discariche di Giugliano” BioQuAr del CNR, il cui report è stato pubblicato a febbraio 2017 (allegato2), conclude: “Non sono state riscontrate criticità relative ai livelli di concentrazione in aria stimati per tutte le specie VOC prese in considerazione. Per tutti i composti considerati le concentrazioni in aria sono risultate significativamente inferiori alle soglie di riferimento per la nocività sulla salute umana. Questo risultato può essere considerato in larga misura atteso in quanto la dispersione atmosferica non è il vettore principale di diffusione degli inquinanti dalle discariche, in particolar modo per impianti chiusi da più di un decennio”. Ma, d’altra parte, siamo sicuri che, se ci fosse stato un reale pericolo per la salute dei cittadini, la Procura, che ha la piena giurisdizione sulle discariche sotto sequestro giudiziario dal 2003, avrebbe certamente messo in campo le opportune contromisure.

Silvestro Gallipoli *
Amministratore Ge.Pro.Ter. Soc. Coop.