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di Giancarlo Tommasone

Nella giornata di ieri, sulla questione della nave Sea Watch (che reca a bordo 32 migranti ed è bloccata nelle acque territoriali di Malta), Stylo24 ha raccolto le considerazioni del presidente dell’Autorità portuale di Napoli, Pietro Spirito. Il vertice dell’ente di Piazzale Pisacane, parlando di quanto messo (o piuttosto non messo) in campo da Matteo Salvini, ha detto: «Al Ministro degli Interni spetta la responsabilità di vietare gli sbarchi. Anche in questo caso non mi risulta che esista ordinanza in materia. Sarebbe opportuno che si operasse per atti amministrativi, piuttosto che per dichiarazioni di indirizzo politico. Lo stesso vale per tutte le istituzioni, ovviamente».

Quella di Spirito
è una dichiarazione
illuminante,
poiché il presidente
dice che, in effetti,
non esiste alcuna ordinanza,
e quindi alcun atto ufficiale
che decreti il divieto per gli sbarchi

Il divieto, semplicemente non c’è. I porti sono aperti. E allora, che cosa utilizza Salvini per portare avanti la sua battaglia, quella dei porti chiusi? Utilizza, come fa notare giustamente Spirito, «dichiarazioni di indirizzo politico». Che, è bene sottolinearlo, sono rese unicamente attraverso i cinguettii e i post lanciati rispettivamente via Twitter e via Facebook.

Ma una cosa sono le dichiarazioni
e i messaggi social,
un’altra sono gli atti amministrativi ufficiali

Tutto ciò, dunque, rappresenta il «trucco» di Matteo Salvini per dribblare le inchieste della Procura, perché attraverso questo metodo non si lasciano tracce, non vengono prodotti documenti ufficiali. Ed è proprio per questo motivo, attraverso l’adozione della «comunicazione di indirizzo politico», che il vicepremier leghista è riuscito a centrare l’archiviazione nell’ambito dell’inchiesta sulla nave Diciotti.

Il «trucco» di Salvini per dribblare le inchieste

Il vulnus investigativo di quella inchiesta è rappresentato proprio dal fatto, lo ribadiamo, che non vi sono tracce che possano portare a indagare il ministro dell’Interno. Non ci sono appigli per le Procure. La catena di comando del Viminale (sulla questione dei cosiddetti porti chiusi), si svolge attraverso comunicazioni trasmesse oralmente o diffuse sui social e dall’indirizzo prettamente politico, ma non attraverso atti o decreti ufficiali.

Il ritardo nello sbarco dalla Diciotti è «giustificato dalla scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri, di chiedere in sede Europea la distribuzione dei migranti (e il 24 agosto si è riunita la Commissione europea) in un caso in cui secondo la convenzione Sar sarebbe toccato a Malta indicare il porto sicuro», scrive la Procura etnea alla fine dello scorso ottobre, motivando la sua richiesta di archiviazione nei confronti di Salvini.

Questione Diciotti e «scelta politica motivata»

Per quanto riguarda la Diciotti, dunque, quella del titolare del Viminale, fu una scelta politica, motivata da due motivi: il primo relativo alla richiesta da parte del nostro Paese alla Commissione europea per di redistribuire i migranti tra gli altri Stati membri. Il secondo ha invece a che fare con l’obbligo violato dal Governo di La Valletta che non ha indicato un porto sicuro.

Competenze sulla chiusura
dei porti e sul divieto di sbarco

Ma restando sulla questione «porti aperti-porti chiusi» che focalizza da mesi l’attenzione di media e opinione pubblica, bisogna citare ancora una volta il presidente dell’Authority di Napoli, che con un articolo a sua firma sull’edizione odierna de «la Repubblica Napoli» ha ribadito: «Beninteso i porti si possono chiudere, secondo le regole previste dalle norme: ma, per poterlo fare, occorre una ordinanza del ministro delle infrastrutture e dei trasporti, che però non esiste agli atti. Per vietare gli approdi nei porti italiani il ministro dei trasporti deve ovviamente argomentare l’atto con motivate ragioni, che sono comunque racchiuse nel perimetro delle regole internazionali e nazionali. Al ministro dell’Interno spetta invece la responsabilità di vietare gli sbarchi, sempre entro i vincoli stabiliti dalle norme dei trattati e dalle leggi italiane. Non mi risulta innanzitutto che esista un decreto del ministro dei trasporti ex articolo 83 del codice della navigazione che chiuda, per motivi di ordine pubblico (comprovato, attuale e imminente) i porti italiani. Il ministro dell’interno può – per parte sua – vietare lo sbarco, non l’ingresso né l’approdo. Anche in questo caso non mi risulta una ordinanza in tal senso».

 

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