TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA:
CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT

di Francesco Monaco.

Una nuova storia che lascia con il fiato sospeso, ancora con la firma di Antonio Santoro, regista, attore e scrittore salernitano, e Pierpaolo Brunoldi, sceneggiatore e scrittore. È uscito di recente in libreria “Il monastero delle nebbie” Newton Compton editori, dopo il successo de “La fortezza degli Inquisitori” edito sempre da Newton Compton, che sarà tradotto anche all’estero. Il racconto comincia a Burgos, Castiglia del nord, nel 1217. Il corpo straziato di una monaca viene trovato nel chiostro del monastero di Las Huelgas. Del delitto è accusata Fleur d’Annecy, una ragazza dall’oscuro passato – che affianca il protagonista sin dal primo romanzo -, rifugiatasi lì con il figlio Ruggero. Il francescano Bonaventura da Iseo, noto alchimista, è chiamato dalla badessa a fare luce sull’accaduto. Se Fleur sostiene che l’assassino è un uomo misterioso, avvolto in un mantello rosso fuoco, Magnus, il terribile monaco inquisitore, è di tutt’altro avviso: è la ragazza, che ha evocato un demone nel monastero, la colpevole. Bonaventura inizia la sua lotta contro il tempo per salvare dal rogo Fleur e mettere al sicuro il figlio, mentre le mura di Las Huelgas cominciano a tingersi del sangue di chi conosce i suoi mille segreti.

Stylo24 ha avuto l’opportunità e il piacere di parlare con Antonio Santoro per parlare con lui di questo nuovo romanzo.

Non è facile scrivere un romanzo a quattro mani, ma non è la vostra prima esperienza insieme. Come vi siete suddivisi il lavoro? Avete proceduto di pari passo oppure ognuno ha scritto la sua parte e poi avete fatto in modo di unirle?

«Veniamo da un lungo rodaggio di scrittura in coppia. Ci siamo conosciuti una decina di anni fa durante un master di sceneggiatura. In quell’occasione abbiamo avuto modo di scoprire una grande affinità, un’identità di vedute che nel tempo ci ha permesso di scrivere assieme testi teatrali, sceneggiature e infine romanzi. Solitamente partiamo da un soggetto, ci sono poi altre fasi del lavoro che precedono la prima stesura dei capitoli. Di norma ne scriviamo uno a testa. Seguono infine molti scambi, nei quali ognuno rielabora la parte dell’altro e la propria, alla ricerca dell’amalgama in grado di far suonare il testo come una sola voce. In ogni caso non direi che interpretiamo il nostro metodo di lavoro in maniera rigida, anzi è piuttosto una bussola che ci permette di navigare in mare aperto. Narrare è come un viaggio in cui si conosce il punto di partenza e la meta, ma la vera ricchezza consiste nella possibilità di modificare il percorso ogniqualvolta una scoperta inaspettata ti svela la sua straordinaria bellezza, una bellezza che non immaginavi e che ti abbaglia. Penso sia questo uno dei grandi privilegi di chi racconta storie: la possibilità di stupirsi sempre durante il cammino».

Antonio Santoro

Il libro, così come ‘La Fortezza degli Inquisitori’, è ambientato nel 1200, come nasce l’idea per un romanzo storico e come mai l’attenzione verso questo secolo in particolare? E come avete portato avanti il lavoro di documentazione?

«Entrambi siamo appassionati di storia medievale e del genere thriller. Il thriller storico ci ha permesso di coniugare le due passioni comuni in un connubio felice ed entusiasmante. Il 1200 è un secolo di grandi cambiamenti. Il secolo in cui le crociate non solcano soltanto il mediterraneo ma si rivolgono all’interno del nostro continente. La Chiesa sta registrando grandi inquietudini e ribellioni, nella forma delle eresie, a causa del forte grado di corruzione delle sue gerarchie, e la risposta di rinnovamento è la nascita degli ordini mendicanti che ne rivoluzioneranno il volto. In tal senso è stato determinante l’interesse che la figura di un santo come Francesco d’Assisi è stata in grado di suscitare in entrambi. È il santo che propugna il ritorno ai valori evangelici, che nel sogno di papa Innocenzo III salva dal crollo la Basilica del Laterano, simbolo della cristianità. Siamo anche in un secolo di grandi innovazioni tecnologiche, culturali e politiche che cambieranno l’aspetto di un’Europa che in poco tempo avrebbe visto la nascita degli stati nazionali. Insomma un secolo di grandissimo fermento in grado di esercitare un fascino indiscutibile.
Il lavoro di ricerca precede e segue quello di scrittura. Cerchiamo di documentarci il più possibile tramite i saggi dei principali studiosi, e talvolta chiedendo consulenza a esperti per fare ciò che riteniamo indispensabile: creare un contesto storico credibile in cui calare i nostri personaggi e la vicenda in cui si muovono. A mio avviso, la maggior difficoltà di un genere come il thriller storico risiede proprio nel trovare un giusto bilanciamento tra la credibilità del contesto e l’efficacia della storia che si racconta. Bisogna conoscere le usanze, le abitudini, lo stile di vita all’interno di una fortezza, di un monastero oppure di una piccola cittadina, i grandi avvenimenti, il pensiero filosofico e il credo religioso che hanno plasmato la mentalità del tempo. Sono elementi essenziali per conferire verosimiglianza alla storia. È un lavoro da funamboli in continuo equilibrio tra verità e finzione. In tal senso consideriamo Ken Follett con la sua trilogia di Kingsbridge un autentico maestro di genere: i suoi romanzi narrano vicende appassionanti di personaggi memorabili che incrociano la grande Storia.
Comunque il campo della ricerca storica dipende sempre da ciò che ti appresti a raccontare. In questo caso siamo nei pressi di Burgos, Castiglia del nord e precisamente all’interno del monastero cistercense femminile di Las Huelgas. Il corpo straziato di una monaca viene ritrovato nel chiostro e ad essere accusata del delitto è una giovane donna, Fleur, una straniera che con il suo figlioletto Ruggero ha trovato rifugio nell’abbazia, un paio di anni prima degli eventi narrati, grazie all’intercessione del nostro protagonista, Bonaventura da Iseo. E sarà proprio il frate alchimista, chiamato dalla badessa, a dover investigare per dimostrare l’innocenza della sua protetta e acciuffare, in una frenetica corsa contro il tempo, l’astuto assassino che si cela dietro il delitto. Era inevitabile quindi che la nostra attività di documentazione si incentrasse sul monastero di Las Huelgas, fonte di ispirazione per questo nuovo romanzo. Si tratta di un monastero femminile risalente alla fine del XII secolo che ha rappresentato un unicum per il suo tempo. È stato un luogo di grande potere, che, grazie a privilegi concessi da re Alfonso VIII, divenne ben presto una sorta di feudo sottratto all’autorità vescovile. E proprio questa sua unicità ci ha fornito lo spunto per dipingere una galleria di ritratti femminili nel loro rapporto con il potere. Abbiamo descritto donne, religiose, mosse da grandi passioni: invidie, ambizioni, avidità, rancori e gelosie, ma capaci di far fronte comune quando in ballo è il buon nome della loro abbazia. Poiché la vicenda narrata si svolge, quasi per intero, all’interno delle mura di questo monastero, gran parte della ricerca è servita a raccontare minuziosamente gli usi e i costumi della vita monastica femminile del tempo. Anche la descrizione del monastero è stata complessa, poiché all’epoca del nostro romanzo era in via di costruzione. Pertanto alcuni elementi architettonici erano già esistenti, altri invece in divenire. Abbiamo quindi attinto alle fonti e ai testi disponibili sull’argomento, per quanto non vi è di documentato ci siamo affidati alle regole di san Benedetto osservate per la costruzione dei monasteri cistercensi».

 

Bonaventura da Iseo è esistito realmente, ma di lui si hanno poche notizie, a chi vi siete ispirati per costruire la sua personalità?

«Bonaventura da Iseo è una figura in cui ci siamo imbattuti nelle nostre ricerche per il primo libro. Una personalità assai singolare, frate e alchimista, autore del Liber Compostella, considerato da molti il primo trattato occidentale di alchimia. Tuttavia della sua vita si sa ben poco. E proprio la natura lacunosa della sua biografia ci ha consentito di farne un investigatore ante litteram. I modelli cui ci siamo ispirati per la sua costruzione sono stati diversi, ma sicuramente due ci hanno influenzato più di altri: l’Auguste Dupin di Edgar Allan Poe e il Gugliemo da Baskerville di Eco. Da questi esempi abbiamo tratto la sua sagacia, l’ironia, il potente intuito e la ferrea logica deduttiva. È un personaggio sfaccettato e contradditorio, perennemente in conflitto con la sua coscienza e animato da un’insaziabile sete di verità e giustizia che lo spinge a soccorrere gli innocenti con compassione e sprezzo del pericolo. Molti lettori l’hanno amato sin dal nostro primo romanzo, La fortezza degli inquisitori, e siamo sicuri che l’ameranno ancora di più dopo aver letto Il monastero delle nebbie».

La vostra formazione in sceneggiatura come ha influito e influisce nella scrittura di un libro?

«Il percorso che abbiamo in comune come drammaturghi e sceneggiatori ci porta ad avere una grande attenzione allo sviluppo della trama e dei personaggi, nonché all’impianto visivo della storia, e di certo influenza la nostra cura dei dialoghi che devono essere sempre organici e scaturire dalle motivazioni profonde dei personaggi. In proposito rammento sempre l’insegnamento di un mio maestro di recitazione all’Accademia Silvio d’Amico, dove mi sono formato come attore e regista: diceva che la parte di un personaggio visibile al pubblico è come la punta di un iceberg, ma che l’attore e il regista devono conoscerne a fondo tutta la parte sommersa, perché è quella che, sia pure a livello inconscio, influenza lo spettatore. A mio avviso, possiamo fare lo stesso ragionamento per la scrittura: l’autore deve conoscere a fondo il suo personaggio, anche quella parte che non compare tra le righe, perché è proprio quella parte nascosta che lo muove, rappresenta il suo carattere, la sua storia, e contribuisce ad affascinare il lettore. Durante il mio percorso di formazione ho avuto poi la fortuna di lavorare con un grande drammaturgo che nei suoi testi ha incrociato la finzione con la Storia, mantenendo quello che lui amava definire uno sguardo laterale, obliquo e cioè capace di restituire l’essenza dei grandi eventi attraverso la vita e gli occhi di personaggi frutto della fantasia dell’autore. È stato per me un incontro fondamentale, una sorta di imprinting che mi ha spinto ad appassionarmi al genere del thriller storico».

 

TI OFFRIAMO INFORMAZIONE GRATUITA, RICAMBIA CON UN GESTO DI CORTESIA:
CLICCA QUI E LASCIA UN LIKE SULLA PAGINA FACEBOOK DI STYLO24.IT