L'assessore comunale al Welfare, Roberta Gaeta

di Giancarlo Tommasone

Sempre più difficile la situazione per le circa 100 case famiglia che svolgono la propria attività tra Napoli e provincia. Il problema è legato alla mancanza dei pagamenti, perché da circa due anni e mezzo il Comune partenopeo non versa alle strutture il dovuto per le rette degli ospiti.

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Tutto ciò mette a rischio la permanenza presso le comunità di un migliaio di minori, oltre a rappresentare una seria incognita per il futuro lavorativo di circa 600 operatori impiegati nelle strutture.

Palazzo San Giacomo trattiene, addirittura, e in maniera del tutto ingiustificata, il contributo del Viminale, quello di 45 euro al giorno previsto per i minori stranieri non accompagnati.

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris

Ma perché il Comune continua a non pagare le case famiglia? Stylo24 lo ha chiesto all’assessore al Welfare del Comune di Napoli, Roberta Gaeta. «Purtroppo la mancanza dei pagamenti è legata al blocco della cassa, come ben sanno i responsabili delle case famiglia», dichiara l’assessore Gaeta. «La questione non ha a che fare con lo svolgimento o meno delle procedure – ha continuato – In passato, ad esempio, è capitato, purtroppo, che non fossero state portate avanti, ma questa volta il problema è diverso. Ed è esclusivamente legato, lo ribadisco, alla situazione della cassa, del bilancio comunale e alla mancanza di liquidità».

Enrico Panini, assessore al Bilancio del Comune di Napoli

Quanto c’entrano i debiti a cui è esposto il Comune con il fatto che non si pagano le case famiglia da due anni e mezzo? «Parlerei piuttosto di vincoli che ci sono stati posti e che creano appunto determinate condizioni, tra cui quella che influisce sulla disponibilità di liquidità», ha concluso l’assessore Gaeta. Ok, i fondi sono bloccati, questo è chiaro e sui tempi necessari per il versamento delle rette meglio non sbilanciarsi.

Del resto, se come dice la delegata al Welfare della giunta de Magistris, i responsabili delle case famiglia sono a conoscenza del blocco della cassa, avranno anche intuito che i soldi non arriveranno tanto presto.

Nel frattempo non si può fare altro che andare avanti, anche se non si sa in che modo continuare. Il contributo del Viminale sarebbe di fondamentale importanza, ma forse serve al Comune a fare cassa (che però è bloccata). E mentre si è in attesa pure dei 45 euro al giorno per i minori stranieri non accompagnati, si arriva ad anticipare per loro, le spese relative ad esempio all’apertura di tutela o alla richiesta del passaporto.

Quest’ultima è particolarmente onerosa e i costi variano in base alle Ambasciate.

La procedura prevede che il minore sia accompagnato presso l’Ambasciata di competenza almeno due o tre volte: per la domanda di passaporto, per recare altro eventuale documento richiesto e per il ritiro. Quindi oltre ai costi dei passaporti e dei certificati consolari (che vanno da un minimo di 110 a un massimo di 200 euro) si devono aggiungere le spese di viaggio per raggiungere questa o quella Ambasciata in giro per l’Italia.

Allarme sopravvivenza per le case famiglia di Napoli e provincia

Nel caso dell’Ambasciata del Gambia, ad esempio, si effettua prima il riconoscimento del minore in Sicilia, a Catania, presso un ispettore gambiano. Successivamente la richiesta viene presentata presso il Consolato del Gambia a Milano. Facile immaginare il volume delle spese anticipate dai responsabili delle case famiglia e il lavoro profuso da ognuno di essi.

(III – Continua)

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