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Richieste di pagamenti per cure riabilitative all’Asl che saldava senza controllare, versando, spesso il corrispettivo due volte per la stessa fattura. Così come venivano liquidate prestazioni sanitarie erogate senza titolo o, addirittura, mai fatte. Tutto ciò, come scrive ‘Il Mattino’, ha portato alla maxi stangata della Corte dei Conti della Campania sui centri di riabilitazione dell’Asl Napoli 3 Sud per un danno erariale di circa 6,3 milioni di euro negli anni 2003-11. Condannati imprenditori e dirigenti dell’azienda sanitaria. Nel dettaglio si tratta di Antonio Mancino, titolare del centro di terapia fisica “Silvia” per 877mila euro, la A&P Multiservizi Srl, già centro diagnostico “Plinio” srl, per 5,4 milioni.

Sono stati condannati in via sussidiaria Salvatore Brancaccio, in qualità di direttore del distretto sanitario 34 dell’Ex Asl Na 5, poi confluita nell’Asl Na 3 Sud, e Felice Maiorana, già sostituto del direttore del distretto 55 dell’Asl Na 3 Sud, per un milione ciascuno, mentre l’avvocato Chiara Di Biase, responsabile del servizio affari legali dell’Asl Na 3, per 600mila euro, “per non aver adeguatamente supportato nell’attività consultiva” l’amministrazione. I dipendenti dell’Asl dovranno pagare solo nel caso in cui non lo facessero i condannati in via principale. Respinta la domanda per Maurizio D’Amora, all’epoca dei fatti direttore generale dell’Asl Na 3 Sud. Estromesso dal giudizio Pasquale Esposito.

 

Le indagini, scattate nel 2014, si basano sugli adeguamenti tariffari “non dovuti” da parte dei distretti 34 e 55 dell’Asl Na 3 Sud in favore dei due centri privati di riabilitazione convenzionati con il servizio sanitario nazionale. Partiti dopo una sentenza del Consiglio di Stato sulla definizione delle tariffe per le cure di riabilitazione, fissate dalla Regione Campania nel 2000, ma aggiornate solo nel 2009 dal commissario ad acta. Atto inizialmente annullato in autotutela da Palazzo Santa Lucia, che non lo aveva riconosciuto. Immediatamente dopo la chiusura del contenzioso nel 2013, i due centri avevano fatto richiesta degli adeguamenti.

Ma per i giudici entrambi hanno “consapevolmente equivocato sulla portata interpretativa della sentenza, speculando sul parere espresso dall’avvocato” dell’Asl. Presentando “fatture con causale l’espresso richiamo volutamente fallace e ingannevole all’adeguamento tariffario, senza specificare la tipologia di prestazioni rese”, provocando “un gravissimo pregiudizio al disastrato bilancio della sanità regionale, tanto che la Regione Campania di lì a poco è stata costretta ad adottare un piano di rientro dal deficit sanitario”.

 

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