Arturo mostra le ferite al collo durante la riabilitazione

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di Giancarlo Tommasone

«Una sentenza tutto sommato rigorosa, mi ritengo moderatamente soddisfatta», è quanto dichiara Maria Luisa Iavarone a Stylo24, commentando a caldo la condanna dei tre minori accusati del tentato omicidio del figlio Arturo, lo studente (17enne all’epoca dei fatti) lasciato in fin di vita sul selciato dopo essere stato accoltellato ripetutamente al busto, al fianco, alla gola. Era il 18 dicembre scorso, avvenne tutto nel giro di pochi secondi, in Via Foria.

Chi affondò la lama,
lo fece per uccidere,
poi la fuga vigliacca.
Ieri il Tribunale
dei Minorenni ha inflitto
ai tre imputati
9 anni e tre mesi
di reclusione a testa

Per Genny P. (anche detto ’o biondo, 16enne quando si registrò l’aggressione), quello che è considerato il capo della baby-gang, e che secondo l’accusa, materialmente avrebbe sferrato le coltellate alla gola del giovane, il pm aveva invocato sedici anni di reclusione. Dodici invece quelli chiesti per Antonio R. e Francesco P. C. (meglio conosciuto come Kekko ’o nano). Quest’ultimo (15enne all’epoca dei fatti, come Antonio R.) fu il primo ad essere individuato e arrestato per l’episodio di Via Foria: finì in carcere il 24 dicembre scorso.

Rigettata la richiesta di messa alla prova avanzata dai legali dei tre imputati. Secondo quanto si è appreso, i tre ragazzi non hanno voluto rispondere a specifiche domande sull’identità del quarto componente della gang. I sospetti degli inquirenti, relativamente all’individuazione del quarto elemento del gruppo, si sono concentrati su un 12enne. Al momento della sentenza, Arturo era da un’altra parte, nei luoghi soliti dove passa la sua giornata. La mattinata a scuola, poi preso dalle solite attività pomeridiane. Anche Maria Luisa Iavarone, è stata lontana dal tribunale.

Iavarone: scelto il basso profilo
per non far sentire pressione ai magistrati

«Abbiamo scelto, sia io che Arturo, di non comparire e di adottare un basso profilo, soprattutto nei giorni e nelle ore che hanno preceduto la sentenza. Personalmente non sono voluta andare all’esterno del tribunale, perché non volevo far sentire la mia pressione, è stata una scelta di moderazione che spero sia stata apprezzata. Del resto, a parte la condanna e gli anni inflitti, credo ci sia sempre il problema relativo alla certezza della riabilitazione. Da quanto è accaduto nel corso del dibattimento, e mi riferisco all’atteggiamento dei tre imputati, non mi sembra abbiano mostrato segnali di consapevolezza del proprio errore. Non ho poi compreso il perché dell’equiparazione delle condanne; secondo me per quel che riguarda il più grande del gruppo (Genny P., ndr) bisognava fare un discorso a parte, tenendo conto della sua maggiore pericolosità e del fatto che fosse recidivo», ha dichiarato Iavarone a Stylo24.

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