La sede dell'Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centrale a Napoli

di Giancarlo Tommasone

Il presunto giro di corruzione per accaparrarsi gli appalti al porto di Napoli, dietro la corresponsione di tangenti, secondo i pm titolari dell’inchiesta, nel corso del tempo, era stato affinato, soprattutto nel metodo. Dall’ordinanza eseguita lunedì scorso (sei arresti e una interdizione per un anno dai pubblici uffici), si evince come gli indagati (una ventina, in totale), nel corso delle loro conversazioni, stessero molto attenti. Non solo, a usare un linguaggio criptico per non incorrere nei rischi conseguenti a eventuali intercettazioni, ma anche a lasciare il telefonino in auto quando c’era da parlare di «affari illeciti».

E’ quanto si evince da uno degli episodi
emersi in sede di indagine, ed ha a che fare
con il bando relativo alle «opere di manutenzione straordinaria delle recinzioni portuali e dei manufatti
in carpenteria metallica», all’interno del porto di Napoli.

La gara, annotano gli inquirenti, nel corposo faldone dell’ordinanza, «è stata illecitamente pilotata per essere “assegnata” alla ditta Navalteam srl; già il 10 agosto del 2016, Gianluca Esposito e Pasquale Ferrara si incontravano su come procedere per la “turbativa”». Sia Gianluca Esposito, funzionario dell’Adsp del Mar Tirreno Centrale, che l’imprenditore Pasquale Ferrara, sono finiti ai domiciliari. Gli investigatori (ad agosto del 2016) captano la conversazione che avviene nell’auto di Ferrara. «Vedi quando possiamo organizzare qualche cosa, in modo che ci organizziamo prima», dice l’imprenditore. Al che Esposito chiede: «Per che cosa, scusa?». E Ferrara gli risponde: «Per la recinzione». «E adesso vediamo un poco, Pasquale», afferma il funzionario.

In un incontro successivo (il sette ottobre del 2016),
dalla conversazione che intercorre tra
i due indagati, emerge pure come «concordino
le ditte da invitare alla gara».

«E poi ti dico chi dei miei devi mettere dentro», dice Ferrara. Che continua: «Tu tieni qualche problema?». «No», gli risponde Esposito. E’ evidente come sia proprio l’imprenditore a consigliare al suo interlocutore le società da «scegliere». Esposito, ad esempio, vorrebbe inserire nell’elenco delle ditte da invitare, la Ilmed, impresa gestita di fatto da Ferrara, ma quest’ultimo lo sconsiglia, perché dice: «Stiamo bloccati».

L’imprenditore, comunque, teme che il funzionario possa avere in ballo una «trattativa parallela» con un concorrente (nel caso Giovanni Esposito, detto il castellone, perché originario di Castellammare di Stabia) e afferma: «Non cominciare a fare infamità… io vedo che tu ti muovi sottobanco». Ma Esposito lo stoppa subito, facendo intendere che si mettano d’accordo tra imprenditori: «Per me, o l’una o l’altra (ditta) non cambia niente, piangetevela voi e basta».

Le parole e l’atteggiamento del funzionario, sottolineano
gli inquirenti, sono sintomatiche del fatto che «è interessato a pilotare l’appalto (solo) per intascare la tangente».

Ferrara, «ribadendo che ha sempre mantenuto gli impegni presi con Gianluca Esposito, promette a quest’ultimo una consistente tangente». Tangente, di cui annotano gli investigatori, riferendosi al contenuto delle intercettazioni, indicherà il «quantum lo stesso Gianluca Esposito. “La scelgo io la bottiglia di profumo (che sta a indicare verosimilmente la mazzetta, ndr)”», dice il funzionario.

Gli incontri tra i due continuano per completare
la lista e avvengono quasi sempre nell’auto
di Ferrara, una Fiat 500.

Si discute sulle ditte da inserire e un certo punto , l’imprenditore propone «il vecchio difensore del Napoli», ricevendo l’assenso di Esposito. Si tratta dell’impresa Carannante srl. E’ solo un caso di omonimia, la società si chiama proprio come l’ex calciatore, che ha militato nella squadra azzurra dal 1981 al 1987 e nel corso della stagione 1988-89. La ditta Carannante, sarà puntualmente inserita nella lista, stessa cosa sarà fatta anche per la Icomet, altra società indicata da Ferrara.

Il pm John Henry Woodcock durante una perquisizione
Il pm John Henry Woodcock durante una perquisizione

C’è però un problema da risolvere: bisogna mettersi d’accordo con l’imprenditore Giovanni Esposito, il castellone, a cui – si evince dalle intercettazioni – il funzionario avrebbe promesso di assegnare i lavori. Ferrara, deus ex machina del presunto sistema corruttivo, allora, incontra il castellone, per prendere accordi. Nei fatti, sottolineano gli inquirenti, la tangente da versare a Gianluca Esposito sarà divisa al 50% tra i due imprenditori, stessa cosa, naturalmente avverrà per la spartizione degli utili risultanti dal volume economico dell’appalto «comprato».

Una veduta aerea del porto di Napoli

E’ l’undici ottobre del 2016, «la natura illecita dell’accordo che devono concludere i due, appare chiara dalla richiesta di “posare (lasciare) i telefoni in macchina” (per evitare di essere intercettati)». L’incontro avviene nel bar di una stazione di servizio e va a buon fine; a rivelarlo al figlio, è lo stesso Pasquale Ferrara. «Il fabbro (il castellone) ha detto che mi fa pagare il 50%», spiega l’imprenditore, utilizzando ancora una volta il linguaggio in codice. Il figlio gli chiede: «E la saldatrice (la tangente) l’ha portata?». «Sì», risponde Ferrara.