I manifesti a firma di Antonio Moccia contro il racket esposti ad Afragola nel marzo 2020

A un anno di distanza da quei manifesti contro il racket esposti ad Afragola, l’arresto nell’ambito dell’operazione «Petrolmafie», che ha certificato gli affari della cosca nel business dei carburanti.

“Avviso importante, Mi rivolgo ai commercianti, agli imprenditori e a tutti i cittadini di Afragola e dei paesi vicini che vengono massacrati ogni giorno da estorsori che minacciano i nostri affari e che rovinano con la droga i nostri figli. Ho anche scoperto che più volte spendono il nome mio e quello della mia famiglia; vi invito a denunziare tutti i colpevoli e se vengono falsamente a nome della mia famiglia ancor di più immediatamente”. La firma in calce a queste parole, esposte sui manifesti che nel marzo 2020 tappezzarono Afragola, in provincia di Napoli, era di Antonio Moccia. Lo stesso finito in manette oggi nell’ambito dell’operazione interforze “Petrol-Mafie spa” del Ros e dello Scico della Guardia di Finanza, coordinata dalle Procure di Catanzaro, Reggio Calabria, Napoli e Roma.

Antonio è il fratello di Luigi e Angelo Moccia (il boss “dissociato”), i cui nuclei familiari si sono spostati nel 2010 a Roma, e l’ultimo figlio di Gennaro Moccia e Anna Mazza. Il primo ucciso in un agguato di stampo camorristico nell’aprile del 1974, la seconda soprannominata “la vedova nera”, la prima donna d’Italia ad essere stata accusata di reati di mafia, anche lei deceduta ma per un ictus.

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Antonio Moccia fece affiggere quei manifesti, a cui qualcuno attribuì anche un significato sinistro, nella sua città natale in un periodo in cui Afragola veniva scossa dalle bombe del racket. Tanto da fa sì che l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, decidesse di far visita ai cittadini.

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