Le cimici registrano pulizia, custodia e disponibilità delle armi. In un caso parte anche un colpo durante la manutenzione
Mani nere, unghie doloranti, prodotti contro la ruggine. A sentire le conversazioni intercettate sembrerebbero lamentele di chi ha passato ore a fare lavori manuali. Il problema è che sotto le cimici non si parla di ferri vecchi o attrezzi. Si parla di kalashnikov, mitra e pistole custoditi per una presunta organizzazione camorristica di Caivano. A scriverne è Leandro Del Gaudio sul quotidiano “Il Mattino”.
L’arsenale entra nella vita di tutti i giorni
Le conversazioni compaiono nell’inchiesta della Dda di Napoli sfociata in 34 misure cautelari contro persone ritenute vicine ai gruppi Sautto, Ciccarelli, Barbicato e Angelino. I Carabinieri hanno comunicato ufficialmente l’operazione tra Caivano e Casoria.
La stessa indagine aveva già portato al ritrovamento di oltre tre milioni di euro in un’abitazione, con parte del denaro nascosto sotto il vano doccia. Stylo24 aveva ricostruito il tesoro scoperto nel blitz contro il clan Angelino.
Poi, nelle intercettazioni, spunta l’altro patrimonio della presunta organizzazione: le armi.
«Sto qui da stamattina a pulire le armi»
Roberto Maugieri viene registrato mentre racconta a Giovanni Baratto la giornata trascorsa dietro all’arsenale. «Ho fatto le mani nere, sto qui da stamattina a pulire le armi, kalashnikov, mitra… stavano proprio arrugginite e sai perchè?».
La spiegazione arriva subito dopo: «Sono state un mese ferme».
In un’altra conversazione torna sulla fatica della manutenzione. «Uaaa, mi sono ucciso oggi guarda queste mani. Ho pulito tutta la roba là, tanto che le unghie mi fanno male. Ho comprato un prodotto per il ferro, fa paura, è contro la ruggine».
La microspia registra anche l’inventario
Le cimici non raccolgono soltanto lamentele. A un certo punto viene snocciolato il contenuto dell’arsenale: «Comunque, stanno tre kalashnikov là, due come quelli delle guardie, quattro o cinque pistole, un mitra con il mirino di precisione e con il manico di gomma: fa paura».
Secondo gli investigatori quelle armi servivano a sostenere la capacità militare dei gruppi e a proteggere le piazze di spaccio.
È una realtà che nell’area nord di Napoli ha già mostrato più volte il ricorso ad armi lunghe, come racconta anche l’inchiesta sugli assalti con mitra ad Afragola.
«Non teniamo un kalashnikov, non teniamo niente»
La quantità di armi diventa quasi una misura della forza disponibile. Vincenzo De Rosa si lamenta così: «Due pistole, ho solo due pistole, non teniamo un kalashnikov, non teniamo niente. Solo pistole».
Un altro interlocutore arriva persino a non ricordare dove abbia lasciato una mitraglietta: «Una mitraglietta, forse… sì certo la tengo, ma non so se giù al box o se sta qua giù».
Nel linguaggio intercettato pistole e mitra entrano nella routine. Si spostano, si custodiscono, si aggiustano e si puliscono come qualunque altro oggetto da tenere in ordine.
Una pistola si inceppa e parte un colpo
La confidenza con le armi porta anche a un incidente che poteva finire molto peggio. Maugieri lo racconta così: «Stavo uccidendo Marittiello. Mi è scappato una botta, ti ricordi quella 7/65 che mi hai aggiustato tu? Ti ricordi, la pistola che ci è costata 300 euro?».
L’arma si sarebbe bloccata e, mentre veniva maneggiata per sistemarla, sarebbe partito un colpo. «Marittiello» comincia a gridare «mi hai preso, mi hai preso», ma il proiettile va a vuoto.
Adesso i Carabinieri stanno analizzando le armi sequestrate per capire se qualcuna sia stata utilizzata in agguati o raid. Le conversazioni hanno già raccontato come venivano custodite. La balistica dovrà stabilire se quelle stesse pistole e quei fucili hanno anche sparato per davvero.

















