Archeologi impegnati con degli scavi a Pompei (foto di repertorio)

La vicenda emerge dai verbali di un collaboratore di giustizia, tra i principali accusatori della cosca fondata da Ferdinando Cesarano

Camorra e archeologia si intrecciano nella vicenda affiorata, come un reperto, nel corso dell’udienza di un processo che vede alla sbarra due presunti tombaroli, accusati di aver saccheggiato il sito di Civita Giuliana, tra Pompei e Boscoreale. A far ritornare di attualità una biga di duemila anni fa, i verbali del collaboratore di giustizia Saverio Tammaro, tra i principali accusatori del clan Cesarano.

Secondo il pentito, nel 2001, la cosca fondata da Nanduccio di Ponte Persica (Ferdinando Cesarano, ndr) venne a sapere che in un frutteto in Via Civita Giuliana, dei tombaroli avevano trovato una biga di epoca romana («riemersa» dalle ceneri dell’eruzione del 79 dopo Cristo), ma non avevano avvisato i boss. Per tale motivo, partì subito una spedizione che ebbe come obiettivo la «confisca» del carro. La biga, secondo quanto è stato ricostruito, sarebbe poi stata venduta all’asta o piazzata all’estero. La notizia è stata riportata dal quotidiano Il Mattino.

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