Carmine Alfieri, il capo della Nuova famiglia poi passato a collaborare con la giustizia

LA STORIA DELLA CAMORRA Carmine Alfieri nel corso di un’udienza del Maxiprocesso quater: prima di scegliere di collaborare con la giustizia ho riflettuto per sei mesi

«Il mio gruppo e io, in particolare, eravamo molto legati ad Antonio Bardellino. Con lui ho avuto diverse occasioni per confrontarmi e parlare». E’ quanto dichiara Carmine Alfieri (ex padrino della Nuova famiglia, poi passato a collaborare con la giustizia) nel corso di una udienza del Maxiprocesso quater. Sollecitato dal presidente della Corte relativamente ai rapporti esistenti tra camorristi campani ed esponenti di Cosa nostra siciliana, il pentito spiega: «Bardellino, una volta, mentre parlavamo della guerra di mafia, allora in atto in Sicilia, mi disse che considerava i mafiosi siciliani dei ‘fetenti’. L’unico verso il quale provava rispetto era Gaetano Badalamenti». «Poi, in un’altra occasione, ebbe a parlare di Totuccio Contorno (per anni braccio destro di Stefano Bontate, e grande accusatore dei Corleonesi, ndr). Bardellino non poteva farsi capace come uno come Contorno avesse potuto iniziare a collaborare con lo Stato». Durante l’udienza del 25 luglio 1996, ’o ’ntufato (come era più noto Alfieri negli ambienti malavitosi) racconta anche del suo «pentimento». «Il percorso non è stato facile, ci ho impiegato sei mesi per decidere. Alla fine ho deciso di pentirmi e collaborare perché maturai di essere un peccatore, e volevo mettere fine a una vita di male arrecato agli altri e anche a me stesso. Presi questa decisione anche per dare l’esempio, speravo che altri mi avrebbero seguito, avrebbero fatto come me», spiega Alfieri al presidente della Corte. E poi sottolinea: «La mia decisione l’ho presa da vincente, non da perdente, perché il mio gruppo aveva vinto la guerra di camorra contro la Nco e le altre fazioni in lotta».