«E’ necessario liberare la gestione dei beni confiscati da un certo associazionismo di sinistra, un monopolio affaristico-clientelare, imposto, molto simile al sistema che dice di combattere ». Ad affermarlo è Antonio Arzillo, vicepresidente nazionale del Centro Nazionale Sportivo Fiamma, da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del sociale. Nel 2013 è nominato commissario del Comitato Campano al fine di rilanciare le attività in questa regione e in 5 anni riesce ad ottenere vari riconoscimenti oltre che a vincere progetti di affido di ben 3 beni sottratti alla criminalità, tra questi quelli di maggior visibilità sono: La tenuta “Fondo Italia”, a Varcaturo (Giugliano), bene considerato oramai una best practive sul riutilizzo sociale dei beni; il “centro sportivo polifunzionale Villa Nestore” che per la sua ubicazione e continui atti di vandalismo rappresenta un avamposto di legalità nell’ 8^ Municipalità di Napoli – Scampia. Ottiene l’approvazione di progetti in ambito ministeriale e di fondazioni private, promuove un master sui beni confiscati con la Federico II, crea la manifestazione nazionale “Sport contro il sistema delle mafie” carovana sportiva e di legalità che nata in Campania ma che oramai ha un risvolto nazionale, quest’anno partita dalla Calabria. Esperienze che lo vedrebbero prossimo ad un probabile incarico come consulente all’Antimafia, ma che, a quanto pare, non basterebbero a vederlo come figura fondamentale nella gestione dei beni confiscati in Campania.

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Antonio Arzillo al convegno ‘Sport contro le mafie’ in Calabria

«Nell’Osservatorio regionale sui beni confiscati – dice a Stylo24 -, sei su sette componenti del mondo associativo fanno riferimento, direttamente o indirettamente, a ‘Libera’, ed uno di essi ne rappresenta addirittura quattro. Il Centro Nazionale Sportivo Fiamma è stato escluso dalla composizione dell’Osservatorio in quanto, secondo gli uffici regionali, la mia associazione non è in possesso del requisito richiesto ovvero avere tra le finalità statutarie la promozione del riutilizzo dei beni confiscati, ma ciò non corrisponde alla verità. E ciò è oggetto di una interrogazione parlamentare. Il problema è che si vuole respingere tutto quello che si allontana dal loro pensiero unico. Hanno creato un monopolio di gestione che si potremmo chiamare ‘Libera Spa’, va peggio nei vari Organismi istituzionali di valorizzazione o di controllo, qui non esiste un alternativa al loro modo di pensare, vedi  Il caso della Regione con la Fondazione Polis che è emblematico».

In che senso?
«La Fondazione Polis è un’organismo dalla Regione Campania che finanzia o indirizza le politiche sulla sicurezza e legalità in ambito regionale, che con il tempo è stato demandato a una concezione e gestione dei beni e della promozione della legalità non più accettabile, questo strumento quanto prima va profondamente rinnovato. I beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata hanno un valore simbolico fortissimo, ma anche patrimoniale molto importante e non possono più essere gestiti con una visione miope e molto spesso unica. Qui parliamo di qualcosa di più simile al sistema che si vuole combattere, piuttosto che a una apertura alla società civile. La vera gestione dei beni è partecipazione, è aprirsi alla comunità e alla innovazione. La stessa cui si è aperta la camorra ed è impensabile che la lotta alla criminalità organizzata non faccia lo stesso. Perché don Tonino Palmese, attuale presidente della Fondazione Polis, va in commissione anticamorra e dice che se non si riesce a riutilizzare i beni in chiave sociale, questi vanno abbattuti per metterci su una stele? Facendo solo gravare altri costi. Ma poi cosa vuol dire non riuscire a riutilizzare i beni? Perché giovani professionisti che vogliono trovare una sede per cominciare una attività non possono vederseli affidati? Sono meccanismi che non capisco e cerco di far presente, trovando spesso di fronte un muro alzato da un circolo chiuso. La verità è che hanno occupato gli spazi, imponendo in modo arrogante solo chi ha un passato all’interno di Libera. L’esempio è un CDA come quello della Fondazione Polis, che ha comunque un ristoro economico, composto da 5 componenti di cui il Presidente ed il Vicepresidente sono espressione di Libera, ma La cosa più assurda e che da statuto ha l’obbligo di avere anche il rappresentante regionale di ‘Libera’ e uno dell’Associazione Vittime di camorra, alla faccia della partecipazione 4 su 5. E comunque oggi, per legge, non è più previsto che i cda debbano avere persone fisse da parte di terzi, questo sarà oggetto di un’altra interrogazione parlamentare che faremo a breve».

 

Qual è la “colpa” più grande che vi viene attribuita?
«Di pensare, in modo diverso ma di pensare liberi. Infatti le persone che sono legate a percorsi formativi distanti da ‘Libera’ vengono escluse. Anche per le vittime di Camorra esistono alcune più vittime di altri, tutti conoscono Giancarlo Siani , fratello di Paolo deputato PD ed ex Presidente di Polis, ma nessuno conosce Dino Gassani, ex consigliere regionale ucciso dai cutoliani, al quale neanche una strada è stata dedicata. Noi gestiamo tre beni, ma dai loro libri veniamo citati solo come una associazione con chiari riferimenti politici di estrema destra. Ma non credo, tra gli altri, che eventi legati al nome di Borsellino o in riferimento alle Foibe siano degli eventi chiaramente politici. La loro è ansia nei confronti di ciò che si allontana dal loro pensiero unico. Ma noi sorridendo andiamo avanti, su Gassani ed altre vittime non conosciute pubblicheremo presto un libro,ma la cosa principale è la creazione di un Osservatorio sulla Promozione della Legalità, dove Istituzioni, Comuni e personalità di rilievo possono aderire per dare un contributo».

Si parlava di modi diversi di gestire i beni confiscati. Quali possono essere?
«In Campania i beni confiscati e sequestrati sono circa 4800, non possono diventare tutte caserme dei carabinieri o strutture sociali. Prima la concezione principale di riutilizzo viaggiava su due linee, istituzionale e sociale. Oggi parliamo di messa a reddito, di vendita, di imprenditoria giovanile. E siamo obbligati a dover ragionare su questa visione di utilizzo dei beni. Ma la verità è che in Campania, soprattutto a Napoli, i beni confiscati sono quasi tutti ‘cosa rossa’ di un certo livello di sinistra. Parliamo di una ‘cosa loro’, di chi vive male ogni apertura democratica, di partecipazione e discussione sulla gestione dei beni e della promozione della legalità in generale. La loro opportunità di sviluppo per i beni confiscati è intesa solo con servizi a carico del servizio sociale. Per noi i beni possono essere anche altre cose»

Facciamo un esempio pratico.
«C’è il caso di Castel Volturno, dove entro settembre ci saranno 213 beni confiscati destinati. Non possiamo pensare di farne tutte case famiglia, o centri per l’immigrazione. C’è bisogno anche di altro. Perché questi beni non vengono dati ai genitori divorziati, che potrebbero avere la possibilità di rifarsi una vita? Oppure perché non creare appartamenti per giovani coppie? Il Comune ci guadagnerebbe mettendoli a reddito e avrebbe un controllo effettivo sulla struttura, ma lo stesso discorso su può estendere a tanti altri comuni».

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Parlavamo di Napoli, che convive con un triste primato.
«In merito a Napoli, città in Campania con il più alto numero di beni confiscati, è indubbio che il protocollo di utilizzo sia vecchio e respinga le nuove istanze. La città ha un amministrazione che non osa innovare, anzi come denunciato spesso forzatamente, con furbizie negli avvisi pubblici, tende a garantire le solite cooperative. Senza contare tra l’altro che ha un vuoto “normativo” molto grave,  infatti la metropoli, con la sua provincia, ha il triste primato di beni cosiddetti sottratti alla criminalità. Cioè beni che appartengono allo Stato, occupati abusivamente dai sistemi camorristici, che li utilizzano. Come è il caso delle abitazioni popolari, che praticamente vengono gestite con dei criteri malavitosi dalla criminalità organizzata».

Negli anni, per il vostro ruolo e l’azione che portate avanti, avete subito anche attentati.
«Gli atti criminali subiti sono inquadrabili in diversi frangenti. Per esempio quanto accaduto nel bene ‘Villa Nestore’, nella Municipalità Scampia-Marianella, dove nel 2016 è stata ritrovata una bomba vicino al campo di calcio dove giocavano i bambini, è di chiaro stampo camorristico. Anche se va aggiunto che non abbiamo mai sentito una parola di stima o solidarietà da figure politiche come l’assessore Clemente nei confronti di chi su un territorio difficile cerca di essere un faro di legalità, e lo fa a costo zero per il Comune di Napoli. Ed è indubbio che la mancata solidarietà delle istituzioni faccia solo sentire più forti questi criminali. Altri attacchi, invece, sono legati all’anima politica. Come accaduto per alcuni centri sociali vicini all’area di Insurgencia, che hanno vandalizzato gli immobili  o addirittura rubato un nostro striscione e lo hanno fatto ritrovare capovolto, firmandosi anche. In questi casi, c’è poco da confondersi sul clima che c’è intorno a noi, che di certo non aiuta. Basti pensare che la stessa amministrazione De Magistris ci ha inviato delle lettere di restituzione dei beni, nonostante il rinnovo del contratto, solo per aver ospitato gli onorevoli Salvini e Meloni, proprio la leader di Fratelli d’italia ci ha fatto sentire più volte la sua vicinanza. Per fortuna in Italia esiste ancora uno stato di diritto. Anche sui danni subito dal Centro Fiamma ai suoi beni è stata presentata una terza interrogazione parlamentare, mentre restiamo in attesa delle indagini».

 

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