venerdì, Settembre 30, 2022
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«Oggi la camorra spara di meno, la sua arma più utilizzata è la corruzione»

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di Giancarlo Tommasone

Sono passati 38 anni da quel tragico giorno che ha visto l’assassinio dell’avvocato Marcello Torre, era l’undici dicembre del 1980. Il sindaco di Pagani, si era accorto prima di tutti, e già da anni, dell’incunearsi della criminalità organizzata nel tessuto sociale ad ogni livello. Fu ucciso dalla camorra cutoliana per essersi opposto alle infiltrazioni malavitose nelle procedure per l’assegnazione degli appalti. Va ricordato pure che il 23 novembre del 1980 la Campania era stata squassata dal terremoto, uno spartiacque nella storia recente della nostra regione. Stylo24 ha intervistato la figlia di Marcello Torre, Annamaria, una donna che ha continuato l’impegno e la lotta alla illegalità prima attraverso l’associazione fondata da sua madre nel 1982, poi anche attraverso Libera, nel segno della lezione impartita dal padre.

Marcello Torre

Sono passati 38 anni dall’omicidio di suo padre, che cosa è cambiato da allora, circa la presenza e la forza della criminalità organizzata sul territorio e nel tessuto sociale?
«Già da tempo abbiamo assistito a una trasformazione delle mafie, che però sono ancora radicate e presenti. Le mafie oggi sparano molto meno, ma agiscono di più in quella che si può definire la ‘zona grigia’. Attualmente è stato superato il periodo stragista, ma ciò che preoccupa è la corruzione. Mi preoccupano i Comuni che vengono sciolti per infiltrazioni, le numerose e ricorrenti inchieste contro la malavita organizzata (testimonianza del fatto che dette organizzazioni siano attive e prolifiche), il rischio costante di assegnazione di appalti attraverso gare truccate. Tutto ciò, nonostante l’impegno delle istituzioni preposte e il controllo da parte degli organi competenti. Tra gli altri, mi riferisco all’impegno e al lavoro eccelso dell’Anac guidata da Raffaele Cantone».
Infiltrazioni della camorra, corruzione. Suo padre si era accorto prima di tutti, di questi fenomeni.
«Mio padre aveva ben chiara la sua linea programmatica. Stava cercando di liberare il Comune dalla corruzione, dai tentativi della camorra di infiltrarsi negli appalti dell’edilizia pubblica e in quello della nettezza urbana. Anni addietro aveva identificato una cava sul territorio di Pagani (la cava della Torretta), dove venivano smaltiti i rifiuti; tale attività effettuata presso la cava aveva portato a un considerevole aumento del numero di casi di malattie respiratorie nella zona. Marcello Torre è vittima, sì della camorra, ma anche di chi ha permesso in quegli anni alle organizzazioni camorristiche di fare il cosiddetto salto di qualità e di alzare il tiro».
Spesso si sente parlare, in senso negativo, di una sorta di professionismo dell’Antimafia. Esiste questa differenza di base tra chi è impegnato nella lotta alle organizzazioni criminali?
«Io faccio parte di Libera e sono referente provinciale per la memoria, di Libera Salerno. Anche se l’associazione Marcello Torre nasce nel lontano 1982, grazie all’impegno di mia madre, che è stata un’antesignana della lotta alle camorre. Insieme a lei, è stato determinante l’apporto di alcuni amici di mio padre, tra essi Isaia Sales e Amato Lamberti. Posso dire che noi non siamo professionisti dell’Antimafia, cerchiamo semplicemente di portare avanti il nostro lavoro e il nostro impegno, raffrontandoci con gli enti, gli istituti scolastici, le istituzioni; cerchiamo di fare memoria e impegno, seguendo la linea dettata da mio padre: siate sempre degni del mio impegno civile. Ha scritto. Per me è stato normale incrociare Libera ed entrare in Libera. Mi sento in famiglia». 

Nel recente passato, Immacolata Iacone, moglie di Raffaele Cutolo, ha dichiarato che ad uccidere Marcello Torre non fu il camorrista di Ottaviano (condannato all’ergastolo per l’assassinio del sindaco di Pagani), ma la politica. Come si sente di rispondere a un’affermazione del genere?
«Guardi, io comprendo che i giornalisti debbano dare voce a tutti, e rispetto il principio intoccabile della libertà di stampa. Del resto io continuo da editore a pubblicare ‘Il nuovo piccolo giornale’, pubblicazione di satira politica fondata da mio padre. Quindi anche in questo abbiamo continuato a portare avanti il suo impegno civile. Detto ciò, posso dire che quando si raccolgono dichiarazioni che definisco spot, da parte di alcuni personaggi, andrebbe immediatamente sentito anche chi, continua a provare dolore per la perdita immane causata dalle mafie. Nel corso degli anni ho ‘subìto’ troppe dichiarazioni spot, poche volte la verità. Quando questi personaggi hanno qualcosa da dire, sarebbe meglio si recassero dai magistrati, piuttosto che affidare le loro considerazioni o quelle che dicono essere le loro verità, ai giornali».
Parliamo dei giovani, la malavita esercita nei loro confronti ancora molta attrazione. Perché, secondo lei?
«Oggi ci sono troppi film, troppe pubblicazioni che hanno come protagonisti i cosiddetti boss. Molte volte l’argomento è presentato, a mio dire, non in maniera adatta e opportuna. E questo ha un peso sull’appeal verso i giovani, che non hanno maturato ancora una coscienza critica per discernere in maniera appropriata. Sarebbe bello che si parlasse di più anche di chi si è opposto alle mafie, pagando il suo impegno civile a carissimo prezzo. Inviterei a leggere, a questo proposito, ‘Il sindaco gentile’, il libro di Marcello Ravveduto, che aiuta non solo a conoscere meglio mio padre, ma anche a comprendere le cause che hanno portato all’espansione sui territori, del malaffare, della camorra e della corruzione. Tornando ai giovani, naturalmente, l’attrazione esercitata dalla criminalità aumenta nei cosiddetti ambienti disagiati, dove non c’è lavoro, dove lo Stato dovrebbe essere più presente. Dove ad attrarre è soprattutto la possibilità del facile guadagno. Col nostro lavoro, silenzioso, cerchiamo di recuperare ragazzi che purtroppo hanno imboccato la strada sbagliata, cercando di fargli intravedere un altro corso, di rendere tangibile la speranza di un’alternativa».

 

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