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Da alcuni anni sarebbe stata lei – per gli investigatori – a gestire il clan Pagnozzi, ma una condanna in primo grado a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa, estorsione e usura, ne avrebbe limitato parecchio le attivita’. Da giugno Annamaria Rame era tornata libera, e ora la Corte d’Appello di Napoli, alla fine di un processo disposto dalla Cassazione, l’ha assolta con formula piena. Per i giudici della seconda sezione penale il fatto non sussiste, nonostante la procura generale abbia reiterato la richiesta di condanna a 12 anni di reclusione. Ad assistere la donna l’avvocato Dario Vannetiello.

Secondo gli investigatori, dopo la morte del suocero Gennaro, considerato uno storico capoclan che controllava la Valle Caudina tra Avellino e Benevento, che manteneva i rapporti con i Casalesi e aveva interessi nel basso Lazio e a Roma, sarebbe stata la donna a prendere le redini dell’organizzazione. Un potere enorme e consolidato dopo l’arresto del marito Domenico Pagnozzi, a sua volta sospettato dagli inquirenti come in grado di controllare assieme a Massimo Carminati la criminalita’ organizzata di Roma.

 

Stando alle indagini nel tempo, visto che l’uomo deve scontare una condanna a 30 anni e in regime di 41 bis, tutte le attivita’ della cosca sarebbero state gestite dalla donna: dal traffico di droga, alle estorsioni, all’usura. Imprese camuffate, secondo la direzione distrettuale antimafia di Napoli, con altre ‘pulite’, di diversa natura. Ma alla fine la tesi investigativa non ha convinto i giudici di appello che hanno chiuso una vicenda giudiziaria che durava da sette anni.

 

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