Due affiliati al clan Fabbrocino discutono del ridimensionamento che interessa anche il padrino Mario ’o gravunaro

Non è sempre vero che il boss continui a essere punto di riferimento per il clan, a mantenere e far valere la propria leadership, anche quando è in carcere. Per continuare a esercitare il potere, affermano intercettati due affiliati alla cosca dei Fabbrocino, c’è bisogno dell’appoggio esterno della famiglia, intesa come «nucleo caratterizzato da legame di sangue». Siamo sul finire del 2008, la coppia discute del padrino Mario Fabbrocino, alias ’o gravunaro (deceduto il 23 aprile del 2019). E dal contenuto del dialogo emerge il ridimensionamento, conseguenza dello stato di detenzione carcerario, a cui è sottoposto da lungo tempo. «Quando uno dice: la malavita è finita… è inutile, che vuoi parlare e vuoi dire? Un cristiano conta solo se sta fuori (in libertà). Puoi essere il più grande uomo del mondo se stai fuori, fai e dici e ti stanno a sentire… altrimenti sei squalificato. Hai voglia che tu, in galera, fai e dici, sono tutte cose di galera (che restano nell’universo della cella)», spiega uno dei camorristi al suo interlocutore.

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Differente invece la situazione quando il boss, all’esterno, può contare sulla propria famiglia, che continua a svolgere attività illecite, e non perde posizione sullo scacchiere criminale. Al riguardo, gli interlocutori intercettati dagli 007 dell’Antimafia, fanno l’esempio di tale Francuccio, considerato personaggio di primo livello della camorra vesuviana. «Francuccio non è  finito, perché ha trovato la famiglia, altrimenti Francuccio da mo che era finito. Era finito il giorno appresso (dopo) che era andato in galera», convengono i due malavitosi.

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