Il santuario della Madonna di Polsi, a San Luca (Reggio Calabria), per anni ha ospitato riunioni di 'Ndrangheta

Stagione delle stragi, il collaboratore di giustizia Filippo Barreca: a partire dal 1991, anche per dirimere la guerra di mafia in corso tra le cosche reggine

Dal 1991 anche la ’Ndrangheta, sul modello di Cosa nostra siciliana, si dota di una «cupola». La circostanza emerge dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Filippo Barreca (ex santista e massone), agli atti del processo ’Ndrangheta stragista, conclusosi alla fine della scorsa estate con la condanna all’ergastolo dei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone. Barreca, sottolineano i magistrati, è uno dei principali pentiti reggini degli anni ’90, e le sue «dichiarazioni sono state utilizzate in numerosi, “storici”, procedimenti contro la ’Ndrangheta, fra questi il noto procedimento Olimpia». Barreca è stato, per anni, il capo del locale di Pellaro (in provincia di Reggio Calabria). «Si tratta, dunque, di un soggetto perfettamente inserito in quel crocevia fra ’Ndrangheta, servizi deviati, e massoneria e, come vedremo, destra eversiva, nel quale la vicenda relativa al sostegno fornito dalle cosche calabresi per garantire la latitanza di Franco Freda (ex terrorista di area neofascista, ndr)», è riportato dagli atti del processo sulla stagione delle stragi in Italia. Illuminanti – per comprendere i rapporti tra Cosa nostra siciliana e mafia calabrese – sono le dichiarazioni rese da Barreca, alla Dda di Reggio Calabria, il tre febbraio del 1993. «Dall’inizio del 1991 – spiega il collaboratore di giustizia – anche per dirimere la guerra di mafia in corso tra le cosche reggine, si è costituita in tutta la provincia, una vera e propria cupola di modello analogo a Cosa nostra siciliana. Tale cupola esercita poteri di intervento su tutte le organizzazioni della ’Ndrangheta; controlla tutte le attività illecite ed, in generale, interferisce con l’autorevolezza di un vero e proprio potere gerarchico sopra ordinato».

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Quali le conseguenze di una tale evoluzione? A spiegarlo, è ancora Barreca: «La costituzione, anche presso la ’Ndrangheta calabrese, di una struttura di tipo piramidale modellata su quella siciliana, ha reso certamente più agevole e più pericoloso il rapporto fra le due organizzazioni, dal momento che adesso Cosa nostra siciliana ha un solo interlocutore, di ampiezza provinciale, cui rivolgersi, laddove in passato il rapporto intercorreva invece soltanto con talune delle famiglie della ’Ndrangheta che avevano assunto la qualità di interlocutori privilegiati». Il pentito parla anche della maggiore pericolosità innescata da tale tipo di rapporto: «Pericolosità che scaturisce dalla coesistenza di due strutture ampie, articolate e similari fra loro, deriva anche dalla circostanza che l’anello di congiunzione fra le due strutture è rappresentato (quanto meno lo è stato) da un personaggio politico che ha fatto parte della struttura Gladio e che è stato eletto nell’ultima legislatura al Parlamento (ricordiamoci che le dichiarazioni di Barreca sono rese a febbraio del 1993, ndr) con l’appoggio anche delle cosche mafiose del Reggino; personaggio che ha peraltro acquisito indubbi meriti, agli occhi delle organizzazioni ’ndranghetiste e mafiose, per la sua attività di mediazione finalizzata a risolvere lo stato di belligeranza fra le cosche reggine». Tale personaggio, vera e propria «eminenza grigia», afferma il collaboratore di giustizia, altri non è che «l’avvocato Paolo Romeo (condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, ndr)». Nel corso dell’interrogatorio del 5 maggio 1993, Barreca afferma: «Confermo quanto dichiarato nel verbale del 3 febbraio scorso, di cui mi viene data lettura. E’ vero che ho parlato di un personaggio che fa o ha fatto da collegamento tra Cosa nostra siciliana e la ’Ndrangheta reggina. Sono ora disposto fare il nome di questa persona e posso dire che si tratta dell’avvocato Paolo Romeo». «A mio avviso, costui rappresenta l’anello di congiunzione tra la struttura mafiosa e la politica. Volendo fare un paragone potrei dire che è il Lima reggino – spiega ancora Barreca – (…) Sapevo da varie fonti che l’avvocato Romeo è massone ed apparteneva alla struttura Gladio. Egli inoltre era collegato con i servizi segreti ma non so dire in che modo. Egli però ebbe a dire ad un mio parente che aveva a disposizione, i servizi. So anche che era interessato ad un progetto politico che puntava alla separazione delle regioni meridionali dal resto del Paese ma anche su questo non so fornire ulteriori particolari».

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