Un collaboratore di giustizia in aula per rendere dichiarazioni (foto di repertorio)

CAMORRA AREA NORD, L’INCHIESTA SUGLI SCISSIONISTI La circostanza emersa dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Paolo Caiazza. L’espediente per…

Certe cose meglio tenersele per sé, nella stretta cerchia familiare, che poi, nella stragrande maggioranza dei casi, corrisponde alla «cupola» del clan. È proprio per questo, per non destare sospetti e per non far emergere la partecipazione occulta in imprese commerciali, che i capi del cartello Amato-Pagano avevano messo a punto un espediente, che è stato poi rivelato dai collaboratori di giustizia. La modalità della «auto-estorsione» è stata descritta, in particolare, da Paolo Caiazza (le cui dichiarazioni sono state allegate agli atti dell’ultima inchiesta sul clan Amato-Pagano).

Il 12 maggio del 2016, rispondendo alla domanda rivoltagli dal pubblico ministero, il pentito fa mettere a verbale: «Per come mi chiede, anche se in una impresa commerciale erano investiti i soldi dei capiclan, e questa operava a Melito o a Mugnano, erano tenuti a pagare l’estorsione, per non far emergere il nome del reale proprietario». In fin dei conti si trattava, niente di più, niente di meno, di un escamotage, di una trovata per celare anche agli estorsori dello stesso clan gli investimenti che i capi avevano fatto in determinate società, di cui erano praticamente proprietari o soci occulti.

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Nei fatti era una forma di precauzione, perché informazioni del genere, apprese da affiliati poco affidabili e successivamente largamente diffuse, sarebbero poi potute facilmente arrivare anche alle forze dell’ordine. Allora quale modo migliore per nascondere la verità, se non quello di pagare l’estorsione? O nel caso, di fingere di pagarla? Pure perché i soldi che i capi erano «costretti» a sborsare, nel momento in cui si chiudevano i conti, facendo il bilancio mensile del pizzo, sarebbero stati stornati, per tornare nelle tasche di chi li aveva versati.

L’espediente
ideato dai capiclan

I pentiti raccontano che funzionava pressappoco così: una volta inquadrata l’attività commerciale a cui imporre il pizzo, se ne parlava con i vertici, che pure se avevano partecipazione economica in detta attività, davano il via libera agli affiliati per imporre e raccogliere la tangente. Mettiamo il caso si trattasse di 5.000 euro, quel denaro (pagato dai capiclan proprietari o soci dell’attività) sarebbero poi tornati in loro possesso.

La proprietà
occulta delle ditte

Gli affiliati non si facevano domande, perché l’estorsione veniva regolarmente pagata, e mai sarebbe passato loro per la mente, che una ditta che pagava fosse riconducibile al clan, o ai capi dell’organizzazione criminale. Fatto sta che la cosa è stata lo stesso scoperta, perché a essere messo a parte dell’espediente, era stato anche un esponente del clan vicinissimo ai capi. Un affiliato di primo livello che poi, come nel caso di Caiazza, ha deciso di collaborare con la giustizia.

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