Da Ferlaino a Lauro, i presidenti al centro del mirino nel bene e nel male.

L’ammutinamento di martedì sera con la squadra che si è rifiutata di tornare nel ritiro di Castel Volturno e le successive conseguenze culminate negli striscioni a firma ‘Curva A’ disseminati per la città e la contestazione di ieri all’esterno del San Paolo, è solo l’ultimo atto di una storia che in casa Napoli sembra sempre destinata a ripetersi. Forse la differenza maggiore rispetto ad altri casi accaduti all’ombra del Vesuvio, è quella temporale. Con la stagione che, in questo caso, è iniziato da neanche tre mesi. A differenza del precedente che ha fatto storia e resta bene impresso nella mente dei tifosi partenopei che viaggiano intorno a un minimo di 40 candeline spente sull’ultima torta di compleanno. Nel 1988, infatti, quando Claudio Garella lesse il comunicato contro l’allora allenatore Ottavio Bianchi, firmato da tutti i calciatori della rosa, il campionato era bello che andato. Con uno scudetto perso contro il Milan al San Paolo, per colpa, secondo i giocatori, proprio del tecnico.

E non ci volle molto allora a capire chi fosse a capo della rivolta, basta guardare cosa accadde nella sessione immediatamente successiva del calciomercato. Oltre a ‘Garellik’, infatti, vennero ceduti Ferrario, Bagni e Giordano. Anche Maradona dall’Argentina aveva dato il suo assenso. Ma, al di là della frase con cui Bianchi liquidò il loro rapporto (“Non devo dirgli niente, la prossima volta si rivolga a me chiamandomi signor Bianchi”), l’argentino era intoccabile. Il popolo napoletano non avrebbe mai permesso qualcosa di simile. E già che con Corrado Ferlaino, il presidente di quasi tutto ciò che ha vinto il Napoli, non è mai stato tenero. Basti pensare alle bombe sotto casa o a quello striscione fatto volteggiare sopra lo stadio San Paolo con l’aiuto di un aereo.

La rivolta del 1963

Sarebbe scoppiata sì una rivoluzione, in grado di mettere in ombra persino quello che accadde la domenica del 28 aprile 1963. Una delle pagine meno azzurre e più nere in assoluto della storia partenopea. E’ passata da poco un’ora di gara e il Napoli sta ancora protestando per una irregolarità di Bruells nell’azione del raddoppio degli ospiti, che, in quel momento conducono per 0-2 in una “sanguinosa” lotta per la salvezza. E’ il giorno in cui si vota per il rinnovo della Camera e del Senato. Pochi minuti dopo su calcio d’angolo, il difensore modenese Balleri devia la palla con le mani, impedendo a Fanello di segnare. Il fischio dell’arbitro lascia presagire un calcio di rigore, ma, invece, viene sanzionato un inesistente fallo del Napoli. Stessa scena, poco dopo, con un fallo di rigore non visto su Tomeazzi.

Cominciano a piovere oggetti in campo, poi, dopo una prima invasione solitaria, i pochi agenti presenti (proprio a causa delle consultazioni elettorali) si vedono travolti da una marea di presenti che si impadronisce del terreno di gioco. Vengono divelti i tabelloni pubblicitari, spaccati i marmi, asportati i travertini delle gradinate e distrutte totalmente le due porte in campo. I danni allo stadio superarono i 130 milioni dell’epoca. I feriti furono 62. Alla fine sarà 2-0 a tavolino. I motivi ancora oggi non sono del tutto chiari, ma vedono tutti la figura dell’allora presidente Achille Lauro al centro. Senza sapere con certezza se con i panni di vittima o carnefice. Storia mista a leggenda vuole che l’invasione fosse organizzata, andando ben oltre le più che dubbie decisioni arbitrali. Anzi, i facinorosi, per qualcuno sarebbero proprio stati “fiancheggiatori” dello stesso Comandante. Con l’intento di punire i napoletani per il mancato appoggio elettorale. Tra le conseguenze, la squalifica per tutto il 1963 dello stadio.

Oggi tocca ad Aurelio De Laurentiis e al suo Napoli finire al centro del mirino di una tifoseria a cui, lui per primo di certo non ha mai teso la mano o porto un ramoscello d’ulivo. Storico resta quel suo “eravate nella mer…”, riferendosi alla stagione del fallimento prima del suo arrivo. Quando fuoco e fuoco si incontrano non può finire che in un solo modo. L’auspicio per il bene di tutti è che proprio lui metta in un cassetto il muro contro muro della squadra e anche il ruolo di Ancelotti, almeno fino alla fine di una stagione che è appena cominciata, anche se forse qualcuno non ha fatto bene i conti con il calendario.