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Amianto e rifiuti speciali a Cava Suarez: la messa in sicurezza è lontana

Sono trascorsi sei anni e si attende ancora per la bonifica di una discarica abusiva

di Fabrizio Geremicca

Ventisei maggio 2016: l’Arpac accerta che all’interno di cava Suarez, nella zona ospedaliera di Napoli, utilizzata per anni per l’estrazione del tufo, il progetto di ripristino ambientale appaltato nel 2011 dalla Augustissima Arciconfraternita ed Ospedali della SS Trinità dei Pellegrini e Convalescenti – proprietaria dell’area – alla Edil Camaldoli Sansone srl si è trasformato nella realizzazione di una discarica abusiva.

«La ricomposizione ambientale – recita il verbale dell’Arpac, confermato poi dal consulente tecnico di ufficio della Procura della Repubblica di Napoli, che ha aperto una inchiesta – è stata eseguita con l’utilizzo di una notevole quantità, stimata in 30.000 metri cubi per un peso di circa 50.000 tonnellate, di materiali qualificabili a tutti gli effetti rifiuti speciali pericolosi e non, provenienti da demolizioni di edifici senza essere sottoposti ad alcun processo di separazione, vagliatura e frantumazione in idoneo impianto autorizzato».

L’ordinanza sindacale

Sono trascorsi sei anni e si attende ancora la messa in sicurezza dell’area. E’ ancora inevasa, infatti, l’ordinanza sindacale numero 3 dell’8 agosto 2019 adottata dal Comune di Napoli – Area Ambiente Servizio Igiene della Citta – e notificata il 13 agosto 2019 con la quale l’amministrazione ordinava all’Arciconfraternita «di adottare opportune misure di prevenzione ex articolo 192 del Decreto Legislativo numero 152/2006 su suolo di sua proprietà sito in Napoli alla Via Tommaso De Amicis, 76 area denominata ex Cava Suarez».

Quella nota arrivava a seguito del verbale redatto dall’Arpac, della nota del 24 marzo 2019 del Servizio Polizia Locale Unità Operativa Ambientale, della nota del 3 aprile 2019 del Ministero dell’Ambiente e della Relazione Tecnico-Scientifica di valutazione e quantificazione del danno ambientale nell’area ex Cava Suarez redatta dall’Ispra su richiesta del Ministero dell’Ambiente.

Palazzo San Giacomo diffidava l’Arciconfraternita a «provvedere, per quanto di competenza, a mettere in atto le opportune misure di prevenzione – attesa la presenza di amianto nell’area de qua – dandone esito a questo Comune al fine di consentire l’effettuazione delle opportune verifiche da parte dei competenti organi di controllo».

Il ricorso il Tar dei proprietari

Il provvedimento è stato poi impugnato al Tar dai proprietari di cava Suarez, i quali argomentavano che, non essendo stati individuati come i responsabili dell’inquinamento, non erano tenuti a provvedere neanche alla semplice messa in sicurezza dell’area.

I giudici hanno ora respinto il ricorso perché «il provvedimento impugnato risulti coerente…., avendo l’amministrazione ingiunto alla ricorrente – in relazione alla contestazione accertata dall’Arpac – l’adozione, non del ripristino ambientale o della bonifica, bensì delle misure di prevenzione che gravano sul proprietario o detentore del sito da cui possano scaturire i danni all’ambiente, le quali, non avendo finalità ripristinatoria, non presuppongono l’accertamento del dolo o della colpa».

L’annullamento della ingiunzione

Si vedrà ora se l’Arciconfraternita si rassegnerà almeno ad effettuare la messa in sicurezza o giocherà la carta del ricorso al Consiglio di Stato. Quanto alla bonifica di cava Suarez, appare ancora lontana. La stessa Arciconfraternita, infatti, ha ottenuto dai giudici amministrativi di primo grado l’annullamento della ingiunzione che aveva ad essa inoltrato la Regione affinché ripristinasse – in subordine ad Edil Camaldoli – lo stato dei luoghi.

«Il proprietario non responsabile dell’inquinamento – argomenta la sentenza – è tenuto ad adottare le misure di prevenzione e le misure di messa in sicurezza d’emergenza, non anche la messa in sicurezza definitiva, né gli interventi di bonifica e di ripristino b ambientale. Invero, il decreto è stato adottato nei confronti dell’istante senza il necessario e preventivo accertamento della sua responsabilità. Non è stata contestata alla deducente l’eventuale inosservanza dei doveri di controllo e vigilanza e non sono state indicate condotte alternative lecite esigibili dal proprietario, neppure è stato mosso alla medesima alcun addebito a titolo di colpa».

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