Si chiamano «soft targets», e sono il nuovo incubo dei servizi segreti italiani ed europei. Obiettivi poco controllati ma densamente frequentati che possono finire nel mirino del jihadismo islamico. Una nota riservata degli 007 italiani alza la soglia d’allarme nel nostro Paese sul rischio attentati in queste ultime settimane. Sono state le agenzie d’intelligence dell’Ue (European External Action Service/EEAS) a intercettare flussi informativi relativi a possibili «minacce terroristiche in Italia» e, più in generale, nei «Paesi occidentali» che nella letteratura islamista sono storicamente considerati nemici della Sharia e della sua più radicale e crudele applicazione: oltre a Germania, Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, ci siamo noi. Il perché è facile intuirlo: la partecipazione a operazioni in Medioriente negli anni scorsi e, soprattutto, la presenza della Santa Sede. Uno dei simboli da abbattere, secondo la visione dell’Isis, che alla conquista della Cupola di San Pietro dedicò il fotomontaggio di copertina della sua rivista ufficiale, Dabiq.
Atti di guerriglia, si diceva. Non più rivolti ad obiettivi di grandi dimensioni, ma a luoghi meno appariscenti. I servizi segreti, nella loro nota, parlano di «aree e spazi pubblici» e del connesso «sistema di trasporto» nel suo complesso, quindi nelle articolazioni aeree, terrestri e marittime. Il che, tradotto, sta a indicare una molteplicità di siti potenzialmente a rischio come aeroporti, porti, stazioni ferroviarie nazionali e locali (metropolitane), stazionamenti bus e aree di servizio.

Come cambia quindi lo scenario? I «lupi solitari» e quanti hanno deciso di diventare soldati di Allah trovano questi luoghi molto più facili da raggiungere rispetto ai «siti sensibili» (come le ambasciate, le grandi chiese, le dimore istituzionali) che, ovviamente, sono più incisivamente controllati. In quest’ottica, la strategia del jihadismo militante, che viaggia sul web e nei canali di scambio informazioni di moschee abusive e luoghi di culto illegali, è mutata, secondo gli analisti. Non più grandi proclami, ma una strisciante attività di indottrinamento e di manipolazione delle coscienze più deboli per ispirare «attentati a bassa tecnologia». In pratica, azioni d’attacco, contro persone e cose, «realizzabili con risorse/conoscenze/capacità tecniche relativamente limitate» nonché con armi («strumenti offensivi semplici e di facile reperibilità») di uso quotidiano. Gli 007 fanno due esempi, in particolare: i coltelli e le auto. È certamente più facile, per un terrorista, girare indisturbato in strada con un pugnale in tasca piuttosto che con un kalashnikov a tracolla oppure guidare una vettura o un camion nei pressi di una piazza affollata (ricordate la car jihad di Nizza e di Berlino del 2016?) invece di farsi saltare in aria con una cintura esplosiva.

Ed è proprio quest’aspetto che preoccupa i servizi segreti. I «soft targets» sono, infatti, caratterizzati da quella che, nel documento riservato, viene definita «vulnerabilità strutturale», ovvero una tenue forma di difesa. Al contempo, offrono una abituale presenza di un «elevato numero di persone con ridotto stato di vigilanza» e maggiori probabilità per «gli attentatori di guadagnare la fuga» o, ipotizzano gli 007, di «rimanere non identificati dopo aver colpito».

L’appunto dei servizi segreti non analizza specifiche coordinate di pericolo, il che significa che si tratta di un’allerta generalizzata su tutto il territorio nazionale. E, pertanto, meritevole di richiedere alle autorità competenti di «sensibilizzare ulteriormente le misure di vigilanza e sicurezza» per hub di transito e delle infrastrutture per il «traffico aereo, stazioni ferroviarie ed autostazioni» oltre che per «infrastrutture ad esse collegate per il traffico via terra, scali di imbarco/sbarco passeggeri delle aree portuali per il trasporto marittimo». Non bisogna dimenticare che la follia dell’Isis, e prima ancora quella di Al Qaeda, sono sconfitte dal punto di vista militare, ma non sul piano subculturale e ideologico. La struttura operativa dello Stato Islamico, tra la Siria e l’Iraq, è stata smantellata sul campo, e l’ultima roccaforte a cadere è stata Baghuz nel marzo di quest’anno dopo una resistenza durata diversi mesi ai bombardamenti degli Stati Uniti e alle forze di terra del Forze democratiche siriane. Ciò che non è stato sconfitto è lo spirito criminale della Sharia. E il rischio che al controllo statuale e territoriale (al culmine della sua potenza, il Califfato controllava 88mila chilometri quadrati ed esercitava la propria autoproclamata sovranità su circa 8 milioni di cittadini) si sostituisca la belligeranza insurrezionale. Come ha dichiarato Joseph Votel, capo uscente del Comando Centrale degli Stati Uniti, parlando al Congresso: «I combattenti e le donne che si arrendevano a migliaia uscendo dall’ultima enclave siriana di Baghuz sono impenitenti e radicalizzati. L’estremismo di queste persone sarà un problema per generazioni». A cominciare dalla nostra.

 

Sarà adesso la Presidenza del Consiglio dei ministri a dover spiegare il rapporto che lega la Fondazione Cima (Protezione civile) alla Fondazione Acrotec e il vorticoso giro di affidamenti diretti per milioni di euro erogati dalla prima (controllante) alla seconda (controllata). Soldi pubblici per progetti che non sono sottoposti ad alcun tipo di procedura comparativa né sui costi né sulla qualità.

Approda alla Camera, infatti, l’inchiesta giornalistica pubblicata nelle scorse settimane, sul Centro di ricerca nazionale della Protezione civile che si occupa di monitoraggio e analisi ambientale. Il deputato di LeU, Luca Pastorino, in un’articolata interrogazione a risposta scritta (nr 4/03066 del 12 giugno scorso) ha chiesto lumi a Palazzo Chigi sulle modalità di gestione dei programmi di ricerca e in particolare sul ruolo che la Acrotec (una ex Srl poi diventata Fondazione) ricopre nel mondo della protezione civile nazionale grazie all’interfaccia con Cima. «Acrotec rappresenta lo spin-off storico di Cima, occupandosi da sempre della realizzazione dei prodotti necessari al trasferimento tecnologico dei progetti di ricerca scientifica ed applicata di Cima», si legge nell’atto ispettivo del deputato di Liberi e Uguali. «Cooperazione che sembra destinata a durare (…) tuttavia, per lo svolgimento dei compiti sopra esposti, Cima avrebbe la possibilità di rivolgersi anche ad altri esperti del settore nonché al mondo universitario (…) ed essendovi fra i soci fondatori la stessa università degli studi di Genova. Ugualmente potrebbe potenziare il proprio dipartimento di ricerca e sviluppo assumendo giovani ricercatori ad oggi precari». Appunto, perché non lo fa e si affida solo ad Acrotec? Il nostro giornale aveva provato a chiederlo al presidente del Cima, prof. Luca Ferraris, senza però ottenere una risposta esaustiva. «È un rapporto consolidato da anni. Il codice degli appalti prevede gli affidamenti diretti per le attività di ricerca», ci aveva spiegato. Ma perché è stata scelta proprio Acrotec al posto di un’altra azienda? Come si fa a sapere che una società è più brava di un’altra senza bando? «Eh… stiamo tornando alla notte dei tempi… è tutto trasparente, tutto segnalato all’Anac. La invito a venire qui a vedere come lavoriamo…». Nel CdA di Cima siede, come vicepresidente, anche il numero uno di Acrotec, Cosimo Versace. Diploma di geometra e laureato in ingegneria per l’ambiente, Versace percepisce per il primo incarico 20mila euro e per il secondo 95mila euro. In totale, 115mila euro pubblici che sono il doppio di quanto riconosciuto, come indennità, al presidente della controllante Cima, pari a 60mila euro.

«Quello descritto è, dunque, un rapporto di lunga durata fra una fondazione pubblica e una fondazione privata, sempre rinnovato senza che vi sia stata una valutazione di eventuali altri soggetti magari più competitivi e maggiormente specializzati e senza che sia stata presa in considerazione la possibilità di un assorbimento di Acrotec all’interno di Cima», scrive ancora Pastorino. «Questo poiché alla stessa Acrotec non converrebbe; infatti, pur avendo bisogno vitale degli affidamenti diretti di Cima senza i quali, come spiega lo stesso Versace, “sarebbe in seria difficoltà”, vuole continuare ad operare come soggetto privato, veste che permette di poter usufruire di vantaggi fiscali e di operare autonomamente con affidamenti diretti». Da qui la domanda rivolta alla Presidenza del Consiglio sulle eventuali «iniziative per prevedere un diverso criterio di affidamento di suddetti lavori che possa rappresentare un risparmio per lo Stato».