lunedì, Luglio 4, 2022
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Allarme retini per le cozze: soffocano l’ambiente marino e i cetacei

Al via l’iniziativa «arrestalereste» per salvare l’habitat sottomarino. Scatta il segnale di pericolo nell’area protetta della Gaiola a Posillipo

di Fabrizio Geremicca

Negli allevamenti di cozze si utilizzano retini in plastica per la incalzatura del novellame, per mettere i mitili in accrescimento lungo i filari. I molluschi crescono, aderiscono l’uno all’altro ed inglobano il retino. Dopo dieci o quattordici mesi le reste (insieme di cozze e retini) sono issate a bordo delle imbarcazioni per la mitilicoltura, dove avviene la sgranatura, la separazione. I molluschi sono inseriti in altri retini e poi commercializzate a terra. Gli involucri utilizzati per il loro accrescimento, che sono classificati come rifiuto speciale non pericoloso, dovrebbero essere smaltiti secondo le procedure previste per questi particolari materiali. Non di rado, però, finiscono a mare. O per casualità o perché i produttori in questo modo risparmiano i costi dello smaltimento. In questi casi il danno per l’ecosistema è tutt’altro che trascurabile perché, spiega Maurizio Simeone, biologo marino e promotore del centro studi interdisciplinari Gaiola, che gestisce l’area protetta a Posillipo, «i retini affondano, fluttuano sui fondali, avvolgono, danneggiano e causano la morte del coralligeno. Quest’ultimo è composto dall’insieme degli organismi con strutture erette arborescenti come le gorgonie ed è uno dei mattoni dell’ecosistema marino. Quando intercettano gli sciami di retini gli organismi sono completamente avviluppati e dopo un certo periodo muoiono».

Le reste stanno soffocando l’habitat marino

Possono subire danni, inoltre, anche gli uccelli marini e perfino i grandi mammiferi, i cetacei, che rischiano di ingerire i residui dei filari di mitilicoltura confondendoli con le prede. È un problema serio, dunque, e che parrebbe si sia aggravato nel corso degli anni. Nell’area marina protetta della Gaiola, per esempio, tra il 2015 ed il 2019 la presenza dei retini della mitilicoltura nei rifiuti spiaggiati è cresciuta dal sei al venti per cento del totale, secondo quanto emerge dai risultati del monitoraggio effettuato sulla «marine litter» dal personale della riserva. Si stima che in Italia, dove si consumano ogni anno 80.000 tonnellate di cozze, si utilizzino ogni dodici mesi 2000 tonnellate di retini che, se abbandonati a mare, danneggiano gravemente l’ecosistema. Su iniziativa di un coordinamento delle associazioni impegnate per la tutela del mare(Wwf, Greenpeace, Marevivo, Csi Gaiola, Legambiente, Vivara onlus, Oceanomare Delphis ed altre) parte ora il progetto arrestalereste. È stato presentato venerdì 26 marzo nell’ambito di un convegno che si è svolto sulla piattaforma zoom. «Per sensibilizzare sul problema – spiega Simeone – sono previste campagne informative ed attività di pulizie delle spiagge e dei fondali. Produrremo video e materiali multimediali». Saranno inoltre raccolti dati con il coinvolgimento di bagnanti, diportisti, sub ai quali si chiederà di inserire su google map il segnaposto per indicare l’avvistamento di uno più retini e di inviare la segnalazione alla mail arrestalereste@gmail.com. Un operatore raccoglierà le segnalazioni e ne verrà fuori una mappa interattiva in continuo aggiornamento sul sito della Gaiola.

L’isolotto della Gaiola

Ma quali sono i possibili interventi per evitare che i retini finiscano a mare? Il più ovvio – è emerso durante il convegno – è riclassificarli, trasformandoli da rifiuti speciali non pericolosi in plastica riciclabile. Si abbatterebbero i costi di smaltimento per le aziende di mitilicoltura e certamente ne sarebbero abbandonati molti di meno in mare. «È stata avviata una sperimentazione – ha ricordato Simeone – con un’azienda di mitilicoltura flegrea. Ci ha consegnato due big bag di retini e li abbiamo inviati ad uno stabilimento di riciclaggio della zona di Capaccio. Non abbiamo ancora i risultati, ma naturalmente il meccanismo può funzionare se arriva un ingente quantitativo da recuperare, tale da giustificare l’attivazione di processi industriali». Un’altra soluzione per salvare il coralligeno potrebbe essere la produzione di retini in materiale biodegradabile. È stata anche effettuata una sperimentazione in Veneto. La sfida è quella di ben calibrare i tempi della degradabilità. Se troppo brevi, c’è il rischio che le reste si rompano prima che vadano a maturazione i mitili, con danni per chi gestisce gli allevamenti. Se troppo lunghi, non si raggiungerebbe l’obiettivo di preservare il coralligeno. C’è poi chi auspica l’introduzione di una norma od un regolamento che imponga ai mitilicoltori di effettuare esclusivamente a terra la separazione delle cozze dai retini nei quali sono cresciute.

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