Da destra, in senso orario: Vincenzo Casillo, Carmine Alfieri e Roberto Calvi

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di Giancarlo Tommasone

Intrighi, accordi, protezioni. Contestualmente all’evasione di Raffaele Cutolo dall’ospedale psichiatrico giudiziale di Aversa (5 febbraio 1978), Carmine Alfieri e i suoi fedelissimi si sentono braccati dal capo della Nco. Temono che Cutolo li scovi e li uccida. Per tale motivo l’allora boss di Saviano, meglio conosciuto nell’ambiente col nome di ‘o ‘ntufato (a causa della perenne smorfia accigliata che ne caratterizza il volto) decide di chiedere protezione ai Nuvoletta di Marano.

Questi ultimi legati a doppio filo a Cosa Nostra,
sono considerati, insieme a Michele Zaza,
veri e propri mafiosi, dei punciuti a tutti gli effetti.

Fanno parte di quella commissione interprovinciale allargata alla Campania, alla cui sommità c’è Michele Greco, il Papa della mafia. Durante una di quelle «visite» a Poggio Vallesana, Alfieri incontra anche Vincenzo Casillo, che gli mostra il tesserino dei Servizi. «Voglio fare una premessa, non solo Casillo, ma tutti i cutoliani avevano ottimi rapporti con i Nuvoletta. Attraversavamo un relativo periodo di pace tra i vari gruppi ed io mi trovavo a Marano dai Nuvoletta», dichiara il pentito Carmine Alfieri, durante la deposizione del 21 febbraio del 2006, nell’ambito del processo imbastito per l’omicidio di Roberto Calvi.

«A un certo punto vidi ‘o Nirone (Casilllo, ndr), che mi mostrò il tesserino dei Servizi. Io Casillo, lo conoscevo da tempo. Lui era di San Giuseppe Vesuviano. Si era associato a Cutolo più che altro per motivi economici perché il proprio padre, commerciante all’ingrosso di cereali, era andato fallito».
Ma quando avvenne quell’incontro? «Nel periodo precedente all’omicidio di mio fratello Salvatore (ucciso il 26 dicembre del 1981, ndr) – afferma Alfieri – ma posteriore alla liberazione di Ciro Cirillo (24 luglio 1981). Comunque Casillo, per mostrarmi la sua potenza, mi fece vedere questo tesserino dei Servizi».

Il giudice chiede ad Alfieri se fosse a conoscenza
del fatto che dietro l’omicidio di Calvi,
avrebbe potuto esserci la mano della mafia.

All’inizio, il collaboratore Alfieri non ricorda, per tale motivo gli si leggono dei passaggi di una deposizione resa dall’ex padrino tre anni prima (2003). All’epoca Alfieri aveva dichiarato che, informato da Pasquale Galasso (a sua volta notiziato da Pino Cillari), aveva appreso che «Vincenzo Casillo uccise Calvi per fare un piacere ai siciliani».
L’ex boss di Saviano conferma le parole rese nel 2003 e aggiunge: «Quando parlo di un favore fatto ai siciliani, mi riferisco a un favore fatto a Pippo Calò (il potente cassiere della mafia, ndr), che si trovava a Roma».

(III – continua)

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