Alexandro Maria Tirelli, segretario di Lgr, ai microfoni del Tg1

Riforma del procedimento disciplinare, la posizione del penalista Alexandro Maria Tirelli  

Da sempre uno dei temi caldi di discussione nell’ambito dell’Ordine degli avvocati, è rappresentato dal procedimento disciplinare, e dalle modifiche da apportare di volta in volta, per rendere l’organismo maggiormente performante. Sulla questione abbiamo raccolto le considerazioni di Alexandro Maria Tirelli, napoletano, tra i più noti penalisti italiani, esperto di Diritto internazionale, e fondatore del partito Lgr (Libertà Giustizia Repubblica).

Procedure di disciplina, com’è il quadro della situazione?
«All’orizzonte, nulla di buono. Personalmente, sono estremamente preoccupato per l’evoluzione dell’Ordine degli avvocati, in special modo, proprio per ciò che attiene alla riforma delle procedure di disciplina. Prima esisteva il filtro della commissione di disciplina del Consiglio dell’Ordine, oggi il più banale esposto viene valutato in prima battuta da un consigliere istruttore. Ed è lo stesso Consiglio di Disciplina che può avviare d’ufficio, indagini ed azioni contro gli avvocati, anche rispetto a condotte e profili che nulla hanno a che vedere con la professione, ma con la condotta personale nella vita privata e addirittura nella sfera familiare. Il codice deontologico esprime concetti e principi del primo Novecento, che gli stessi Consigli degli Ordini locali hanno disapplicato per decenni».

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Non nasconde preoccupazione, è una «deriva» così drammatica?
«Assolutamente, sì. Oggi i Consigli di Disciplina possono, in astratto, diventare un’arma di una fazione contro un’altra, di un certo ambiente contro un avvocato emergente o che dia fastidio per le sue idee politiche, o la sua prospettiva non allineata rispetto alla classe forense. Cosa ci vuole, infatti, per un gruppo di avvocati a far produrre ad un amico-collega un esposto, magari una banale incolpazione, per sottoporre a procedimento disciplinare un terzo collega, che magari dà fastidio, perché attrae una grossa parte del mercato, grazie alle proprie capacità? Non è un mistero che il Consiglio di Disciplina distrettuale sia diventato una sorta di “Tribunale Speciale” che utilizza un procedimento inquisitorio, che colpisce il malcapitato avvocato, anche quando sia stato magari assolto in sede penale o civile».

Soluzioni al riguardo?
«La mia posizione è questa: la disciplina forense va abolita. L’avvocato è un cittadino che come gli altri deve rispondere davanti ai giudici e allo Stato, non a soggetti che, magari, sono suoi concorrenti sul mercato e possiedono un conflitto di interesse genetico. Del resto, sono fermamente convinto che gli “amici degli amici” o coloro che sono vicini ai membri di queste strutture, più difficilmente vengano attinti da sanzioni».

Sta dicendo che esistono «correnti» che hanno il potere di inquisire chiunque non sia allineato, o magari abbia più fortuna sul mercato?    
«Dico solo che esistono gruppi delimitati, portatori di interessi specifici, che possono erodere la libertà e l’indipendenza di un avvocato, colpendo la sua professione nel momento in cui diventa un concorrente scomodo o esprime posizioni politiche o di politica forense non gradite a certi gruppi di pressione sociale».

Gruppi di pressione di che natura?
«Dico che un altro fenomeno che mi preoccupa, è quello relativo alla presenza di soggetti appartenenti all’associazionismo, in generale, e in particolare alla massoneria: soggetti che fanno parte degli organi giudicanti in materia disciplinare. Proprio in relazione ai “fratelli massoni” o ai “grembiulini” che dir si voglia, ci troviamo di fronte a un fenomeno pericoloso: la consorteria nella consorteria. Non è un segreto che in una stessa loggia possano svolgere attività di “fratellanza” avvocati, giudici, politici ed altre figure socialmente sensibili». 

Quindi la sua posizione è contraria all’associazionismo?
«No, il discorso è diverso: il mio non vuole essere un attacco all’associazionismo né, tanto meno, alla massoneria in sé. Allo stesso modo, però, ritengo che la riforma della procedura disciplinare sia disegnata per favorire gruppi di potere a scapito della libertà del singolo professionista. E tutto ciò, attraverso l’istituzione di tribunali da Inquisizione spagnola. E inoltre, non è un mistero che, in alcuni casi, il ruolo di giudice disciplinare sia ricoperto da soggetti che non si sono mai distinti per la brillantezza della loro carriera professionale, ma che perseguono carriere interne ad una macchina che mi passi il termine, definisco “mangia soldi”».

Quindi, in definitiva, chi ritiene debba giudicare comportamenti non corretti?   
«Io mi considero un einaudiano puro, e mi rifaccio costantemente a quel testo illuminante che è le “Prediche inutili”. Ritengo che gli avvocati, come tutti i professionisti, debbano rispondere solo innanzi al giudice penale o civile, dipende naturalmente dai casi. Sono per la abolizione di questi “Tribunali Speciali”, che sono null’altro che uno strumento per la persecuzione degli avvocati “outsider”, senza padrini nel mondo della politica o delle associazioni. La mia, lo ribadisco, è una posizione einaudiana e liberale. Einaudi, primo Presidente della Repubblica eletto secondo il dettato della Costituzione, voleva addirittura abolire il valore legale del titolo di studio. Per quel mi riguarda, credo che gli Ordini professionali dovrebbero avere solo compiti burocratici e non di monitoraggio della vita dei loro iscritti, di giudizi sulle loro condotte. Per concludere, ribadisco che solo allo Stato e ai suoi giudici penali e civili dovrebbe essere assegnato il compito di giudicare la liceità del comportamento del cittadino, sia esso o no, avvocato. Se proprio si vuole ancorare la condotta a un codice deontologico ex lege, che il rispetto dei principi e dei dettami in esso contenuti siano sottoposti al vaglio del giudice ordinario, e non a quello di un collega che potenzialmente potrebbe aspirare al “portafoglio di assistiti” dell’incolpato».