Il racconto di un incontro

di Simona Ciniglio

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Agostino ‘o pazzo è pazzo davvero. Ad avvicinarlo, seduto fuori la bottega in faccia a largo dei Girolamini ti servono solo occhi e tempo. Puoi trovare l’aleph borgesiano nascosto sotto un comodino rococò, appeso a un calendario dell’avvento, nel pugno di un pupo siciliano. Mandolini, madonne, pinocchi. La morte con sombrero, angeli, maschere e feticci di oscura provenienza. Ti ignora con un paio di occhi Eastwood che fendono l’aria e vogliono dire: nun me scuccia’. Un Clint del sottosuolo, Dostoevskij sensale con molte bestemmie nella fondina. Striscia in corpo alla città da qualche vita trattando alla pari con fantasmi e banditi, i giornalisti li frigge per vedere come vengono e non farseli piacere nemmeno fritti. Schiva sguardi, sa già tutto per immersione. Però parla.

Agostino ‘o pazzo nel suo negozio in Piazza Gerolomini a Napoli

“Solo una cosa dovete scrivere: bisogna salvare piazza Gerolomini”. La chiesa è il suo panorama giornaliero, come ogni demone ha a cuore la Bellezza e se ne fa custode, tra scooter che sfrecciano e basoli, santi tirati giù a mo’ di benedizione: qui tutto funziona al rovescio. C’è uno che si avvicina per portargli notizie di non so quale contendente, e chiude commentando con astio misto a rassegnazione: “Chille è pazz’!”. Agostino ‘o pazzo, sfidato, si fa perfido. “E je che so’?”.

E je che so’? Masaniello cresciuto e tornato su una Gilera truccata, cattivissimo con stupore. Era l’agosto del 1970 e il fumetto naturale lo ha portato lui a Napoli, Antonio Mellino, figlio diciottenne di un antiquario con gli occhi azzurro inferno. In omaggio alla star del motomondiale Giacomo Agostini gli affibbiarono il nome: Agostino, “Austino” ‘o pazzo. Calava in moto, super antieroe inquieto e sinistro, a sfidare limiti e imposizioni, a ricordare che la città non ama frenare, ché tanto il caos ha le sue regole, e se non ci credi chiediti che ci fa un vulcano sull’acqua, il vuoto sotto al pieno, l’uovo di Virgilio e Raimondo di Sangro. Tenne col fiato sospeso un pubblico vastissimo in uno spettacolo di arte varia composto a impennate e zigzag. Un guitto e ribelle così, ad animare l’estate e ridistribuire la sorte non lo si vedeva dal 1647. Più di settecento poliziotti e carabinieri in divisa antisommossa con manganelli, caschi e scudi. E Agostino ‘o pazzo mica era fesso, restò a casa. Easy Rider a via Toledo: “E bada a non dire a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran daffare a uccidere e massacrare per dimostrarti che lo è”.

Agostino ‘o pazzo con una giovanissima Ornella Muti

Morti nessuno, no, ma il fan club del corsaro in Gilera, 3-4mila anime dal quartiere San Ferdinando all’ottavo cerchio si riappropriò della sua libertà corsara, in spregio alle moto sequestrate, al controllo e all’autorità. Agostino ‘o pazzo fu arrestato, epilogo tutto sommato glam, la cui fama gli valse anche qualche ruolo al cinema, fascino da stuntman posseduto e acrobata circense: finì a fare cinema con Ornella Muti e ingaggiato da Holer Togni.

Miezz a via, miezz a via/ This is where I wanna be/ But I always have no fear/ Boy, we come from Napoli/

Terra mia, terra mia/ This is where I wanna be/ Nè ma chi sfaccimma sij/ Boy, we come from Napoli.

Via dei Tribunali, tra maschere e comò, marionette quadri e crocifissi. L’aleph borgesiano sempre lì da qualche parte, sei tu il cieco. Robert del Naja è uscito con un pezzo per San Valentino con Liberato e Gaika. “We come from Napoli”: lo sanno anche i tombini ormai che Robert del Naja, leader dei Massive Attack di origini partenopee, è Banksy. Gli mostriamo la foto: sì, Banksy è lui. Lo sa perché lo ha colto all’opera, dice. “Erano in due, lui giovane, alto”. 2010, la notte complice tenera, tra stancil e bombolette, fumo di hashish e qualche musa barricadera di passaggio. “Guaglio’ che staje facenn’?” intima l’antiquario. La Madonna con pistola, stava facendo. Ci rivela che il secondo, il collaboratore di Banksy, è autore su sua richiesta di quattro copie dell’opera: una l’ha tenuta per sé. L’altra l’ha donata alla figlia, due le ha messe in vendita. Saresti tentato dal non credergli, perché quest’uomo è troppo scafato per non mentire.

E se alla fine gli credi è per assurdità biografica, perché racconta di sbieco come a sé stesso di performance artistiche e ipogei, e insomma l’impressione è che la sua vita finisca in qualche modo per doppiare l’arte, per camminarle di fianco superandola con la realtà. E nemmeno gli piace la sua parte, semplicemente: sta. Da quando hanno attentato all’integrità della Madonna con pistola -come già avevano fatto con l’altro murale di Banksy in via Benedetto Croce- ne è diventato custode ufficiale, assieme alla pizzeria Il Presidente. Se gli chiedi cos’è il trip hop o la trap continua a non guardarti, ma percepisci come la noia di un anfibio: lo ignora e se ne frega bellamente. Ha più a che fare lui col mistero che certe affascinanti operazioni di marketing. E se all’arte continua a stare attaccato come uno stancil a un muro, se anche la tutela e la difende, ciò che viene fuori non è il ritratto di un santo. Più probabilmente è una canaglia, un uomo del sottosuolo che sta attaccato alla grazia in osservanza a leggi imperscrutabili e necessarie. E lui lo sa.