L'arresto del boss Paolo Di Lauro (settembre 2005)

LA STORIA DELLA CAMORRA I pentiti raccontano del piano per creare gruppi autonomi (ma alleati tra loro) a Scampia e Secondigliano

Fin dall’ottobre del 2003, il boss Rosario Pariante, si era prefisso di presentare a Paolo Di Lauro (capo dell’omonimo sodalizio criminale), un progetto per chiedere di dividere il clan originario (quello dei Di Lauro, appunto)  in gruppi autonomi, che si sarebbero divisi il territorio e sarebbero rimasti alleati in caso di incursioni esterne.  

La proposta di Pariante era, dunque, quella di trasformare l’unica cosca in una federazione. «Della stessa idea – fa mettere a verbale il collaboratore di giustizia Maurizio Prestieri  – erano anche Raffaele Amato, Raffaele Abbinante, e i fedelissimi di Pariante, vale a dire Gennaro Marino, Arcangelo Abete e i fratelli Notturno». Il concetto verrà ribadito anche quando la Scissione è già in atto, nel corso di due incontri che si tengono a Casavatore, all’inizio del 2004.

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Gli incontri per provare a ricomporre
la frattura tra «spagnoli» e clan Di Lauro

Ai summit, intavolati per cercare di sanare la frattura tra il gruppo degli Amato-Pagano e quello dei Di Lauro, partecipano da una parte, Cesarino (ossia Cesare Pagano, «delegato» degli Scissionisti, trasferitisi in Spagna), dall’altra Cosimo Di Lauro (reggente del clan di Cupa dell’Arco).

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Il collaboratore di giustizia Carmine Cerrato spiega che, nel corso del primo incontro tra Pagano e Di Lauro, «gli Amato-Pagano proponevano di tornare, ma di avere un gruppo che potesse agire in autonomia a Casavatore. Durante il primo incontro, Cosimino disse che avrebbe accettato a due condizioni: che Raffaele Amato rimanesse in Spagna; che venissero uccisi tutti gli affiliati, non legati da rapporti di parentela con gli Amato-Pagano, che avevano abbandonato i Di Lauro». Il progetto originario di Pariante, dunque, non si concretizzò, né prima né in seguito, anche perché nel frattempo, l’interfaccia con la quale rapportarsi, vale a dire Paolo Di Lauro, era in fuga e aveva affidato le redini del clan al figlio Cosimo.

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