I manifesti a firma di Antonio Moccia contro il racket esposti ad Afragola nel marzo 2020

Il figlio di figlio di Gennaro, boss del clan omonimo, e Anna Mazza: «Dal 1994 la mia famiglia non commette più reati»

Riferisce di essere stato frainteso, per l’ennesima volta, Antonio Moccia, figlio di una famiglia che tra gli anni ’70 e ’90 ha rappresentato una componente importante della camorra di quei tempi. Nei giorni scorsi ha fatto affiggere ad Afragola, nel Napoletano, dei manifesti con i quali ha chiesto a cittadini e imprenditori di denunciare chi chiede il pizzo usando il loro cognome, quello dei Moccia. Manifesti che, spiega in una lettera, “sono stati fraintesi”. Non sono una “novità” dice “ma solo un gesto di esasperazione di chi si sente accerchiato da commenti ingiusti, da presenze criminali, da ingiustificati sospetti e non riesce a liberarsene neanche rivolgendosi alla giustizia”. “Dal 1994 non abbiamo mai più commesso reati”, spiega, pretendendo, “dai nostri figli il rispetto delle leggi”. Nella lettera, affidata al suo legale Libero Mancuso, Moccia si dice pronto a un incontro per fugare ogni dubbio e dimostrare la distanza che oggi li separa dal mondo della criminalità.

“Leggo commenti sfavorevoli alla iniziativa della pubblicazione del manifesto con cui prendevo le distanze dai comportamenti delinquenziali in atto nella città di Afragola e dintorni”, scrive Antonio Moccia nella missiva, con la quale si dice pronto a confrontarsi pubblicamente con i rappresentanti dell’associazione “Libera” e con le testate giornalistiche che hanno usato “toni critici” verso l’iniziativa di affiggere i manifesti “anti pizzo” ad Afragola. “Ci si chiede – aggiunge nella lettera – per quale ragione ho intrapreso tale iniziativa, definita inquietante e di cui, nei commenti di due protagonisti dell’impegno anticamorra, si arriva a stravolgere il senso. Non si tiene conto che sono anni che con denunce, esposti, interventi presso i soggetti esposti a rischio estorsioni per mano di chi spende malauguratamente il nostro nome per intimidire, segnaliamo la nostra estraneità a quei giri criminali. E ripetutamente ci siamo rivolti alle forze dell’ordine e alla magistratura chiedendo di identificare i responsabili di queste condotte che ci producono tormenti familiari”.

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“Dunque – spiega Antonio Moccia – nessuna novità in quel manifesto, ma solo un gesto di esasperazione di chi si sente accerchiato da commenti ingiusti, da presenze criminali, da ingiustificati sospetti e non riesce a liberarsene neanche rivolgendosi alla giustizia. È vero che siamo stati interni alla camorra ma negli anni ’70, ’80 e ’90. Dal 1994 non abbiamo mai più commesso reati. Possibile che in Italia ci siano ancora persone che non credono sia possibile redimersi, cambiare peraltro dopo decenni di carcerazione? Ma è da quell’epoca, da quei terribili anni di sangue, che tentiamo di comportarci da cittadini esemplari rispettando le leggi e insegnando e pretendendo dai nostri figli il rispetto delle leggi. Eppure non riusciamo a uscire dal nostro passato. Un destino inesorabile che ci perseguita. Senza risparmiare persino i nostri figli”.

“Ma forse siamo più fortunati dei nostri genitori – conclude Moccia – che, senza subire condanne e neanche processi, sono stati raffigurati come dei capi clan, sinistri vertici di camorra, al punto che tutti sono legittimati a definirli tali. Ed ancora una volta il senso di una nostra iniziativa è stato stravolto”.

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