Sistema Puca di Sant’Antimo, il pm invoca 19 condanne. Nel mirino degli inquirenti, il centro polidiagnostico Igea, e il centro commerciale Il Molino

Il “sistema” di Sant’Antimo è all’angolo. Il processo di primo grado che si sta celebrando con il rito abbreviato e che vede alla sbarra il gotha del clan Puca entra nel vivo con la requisitoria del pubblico ministero. Ben diciannove le richieste di condanna avanzate dalla Procura, che per alcuni degli imputati ha richieste pene ben superiori anche ai dieci anni di reclusione. Queste nel dettaglio le richieste di pena formulate dal pm: Armando Angelino, 9 anni; Michele Battista, 6 anni; Pietro Ciccarelli, 6 anni; Vincenzo D’Aponte, 10 anni e 1 mese; Giuseppe Di Domenico, 13 anni; Stefano Fantinato, 8 anni e 4 mesi; Amodio Ferriero, 14 anni; Antonio Ferriero, 10 anni e 8 mesi; Giuseppe Garofalo, 10 anni e 8 mesi; Angelo Guarino, 8 anni e 4 mesi; Antonio Iorio, 8 anni e 4 mesi; Claudio Lamino (collaboratore di giustizia), 8 mesi; Pasquale Maggio, 7 anni; Antimo Petito, 7 anni; Antimo Puca, 14 anni; Ferdinando Puca (collaboratore di giustizia), 8 mesi; Teresa Puca, 12 anni; Salvatore Saviano, 8 anni e 4 mesi; e Luigi Schiavone, 8 anni. Per tutti l’imputazione è quella di concorso esterno: dunque nessuna accusa associativa. Fermo restando la presunzione di innocenza fino a prova contraria, Antimo Cesaro, attraverso la gestione del centro polidiagnogistico “Igea”, avrebbe realizzato secondo i pm una società occulta con Pasquale Puca, consentendo a quest’ultimo di reimpiegare i proventi delle attività illecite e ottenendo di riflesso «protezione da ogni interferenza ambientale», così da «operare in totale tranquillità nelle ulteriori iniziative imprenditoriali intestate ai fratelli Aniello e Raffaele. Contestazione analoga viene poi mossa nei con-fronti di Aniello e Raffaele Cesaro: in questo caso la “schermatura” sarebbe però avvenuta attraverso l’acquisto e la successiva edificazione del centro commerciale “Il Molino”. Luigi Cesaro, sempre secondo la linea della Pro-cura, avrebbe invece fatto da interfaccia prima con Pasquale Puca, poi con il figlio Lorenzo e con l’ex consigliere comunale Francesco Di Lorenzo, nei rapporti tra il clan e la politica locale. L’interferenza” sarebbe avvenuta in particolare in occasione delle Amministrative tenutesi a Sant’Antimo nel 2007 e più di recente in quelle del giugno 2017. Ma i fratelli Cesaro sono stati a loro volta anche vittime della cosca, in particolare dopo aver preso le distanze dell’organizzazione. Luigi Puca e Amodio Ferriero avrebbero infatti compiuto atti «diretti a costringere Antimo, Aniello e Raffaele Cesaro a corrispondere il denaro provento delle compartecipazioni imprenditoriali occulte». Il 7 giugno 2014 venne infatti fatto esplodere un ordigno davanti allo stabile dell’“Igea”, il 10 ottobre 2015 furono invece esplosi cinque colpi di pistola contro l’Audi di Aniello Cesaro. Dei Cesaro (non imputati nel rito abbreviato) hanno parlato i pentiti Ferdinando Puca, cugino del boss Pasquale, Claudio Lamino e Giuseppe Perfetto. Il primo, il 23 marzo 2016, ha rivelato agli inquirenti della Dda che «che la crescita imprenditoriale dei Cesaro è stata favorita da Pasquale Puca, di cui erano i prestanome. Tutti gli affari e gli investimenti sono sta-ti fatti sempre con il solo Pasquale Puca. Ad esempio, il centro “Igea”, l’affare della “Texas Instruments” o il centro “Il Molino”». Il pentito ha poi rivelato ulteriori circostanze: «Ebbi due convocazioni al centro “Igea” dopo la mia scarcerazione e Antimo Cesaro mi diede 10mila euro in regalo. Nel 2011-2012 fui convocato nuovamente, stavolta a casa di Luigi Cesaro, che mi chiese come esponente dei Puca di appoggiare la campagna elettorale a sindaco di tale Cristoforo, che noi chiamavamo “Castiglione”. Anche in quella circostanza ebbi 10mila euro». A svelare le intimidazioni subite dai Cesaro, nell’interrogatorio al quale è stato sottoposto il 21 marzo 2017, è stato invece Claudio Lamino: «I due episodi di cui sono a conoscenza diretta sono l’esplosione al centro “Igea” e gli spari contro la macchina di Aniello Cesaro».

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Tratto dal quotidiano Il Roma

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