venerdì, Maggio 20, 2022
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I «fondi neri» per corrompere funzionari dell’Agenzia delle Entrate

di Giancarlo Tommasone

Intercettazioni ambientali, telefoniche, ma l’attività di intelligence condotta contro Adolfo Greco e gli altri indagati dell’inchiesta Olimpo arriva anche a spulciare le mail in uno degli account di posta del «re del latte». Le intercettazioni insieme alle altre attività di indagine hanno fatto emergere, prima di tutto, i rapporti che secondo gli inquirenti, l’imprenditore ha intessuto nel corso degli anni con gli esponenti dei clan dell’area stabiese, vale a dire D’Alessandro, Cesarano, Afeltra e Di Martino. Rapporti che sarebbero stati curati direttamente con i capicosca. In una occasione, Greco, a cui giunge una richiesta estorsiva da parte di Gaetano Vitale, si interfaccia con Michele Carolei (fratello del più noto Paolo), affinché interceda per non far pagare la tangente.

«Greco avrebbe chiesto l’intervento di Carolei Michele, gerarchicamente sovraordinato al Vitale per impedire l’azione estorsiva, azione che non veniva portata a compimento, in quanto il semplice esattore non era a conoscenza dei rapporti di Greco con i capiclan», è scritto nell’informativa della polizia giudiziaria. Dalla lettura della delega d’indagine del 26 marzo 2013, «da cui traeva origine questa attività investigativa – scrivono gli investigatori – emergevano chiari riferimenti circa i rapporti tra D’Alessandro Pasquale e Greco Adolfo in ordine ai quali Greco era stato escusso dal pm della Dda – all’epoca dottoressa Troncone – anche in relazione alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Aniello Orsini».

Il fatto che Greco sia vittima egli stesso di alcune estorsioni, annotano gli inquirenti, non sminuisce «la valenza dell’assunto investigativo secondo cui il Greco avrebbe goduto di un particolare riguardo nei predetti ambienti criminali». Per le richieste estorsive all’imprenditore, infatti, «ad esporsi sono proprio i vertici di dette organizzazioni». Riguardo a un episodio dell’imposizione del pizzo da parte dei Cesarano, nell’informativa è sottolineato: «Non era di poco conto che la richiesta estorsiva all’imprenditore fosse stata veicolata in questo caso proprio dal capo indiscusso del clan Cesarano». Stando così le cose, scrivono ancora gli investigatori, «appariva riscontrata la particolare considerazione che di cui godeva Greco, considerato imprenditore “potente”, “amico degli amici”, la cui ultima parola è “legge”».

I forti legami di Greco con i Cesarano emergono pure relativamente a una vicenda che vede coinvolto il detenuto Vincenzo D’Apice. Quest’ultimo (sodale dei Cesarano), già nel novembre del 2013 è oggetto di attenzione investigativa, perché la di lui moglie e la figlia si recano da Greco per chiedergli di procurare un posto di lavoro alla ragazza. «Greco – è scritto nell’informativa – proprio in virtù dei trascorsi rapporti con D’Apice» si adopera affinché la donna venga assunta da un suo affittuario, titolare di una importante azienda. Quando prospetta la circostanza all’altro imprenditore, Greco dice «che tale particolare assunzione sarebbe stata nell’interesse di entrambi».

Dal fronte dei rapporti con la criminalità organizzata
a quello che porta alla scoperta del «tesoro» del «re del latte».
La cimice installata a casa di Greco registra
più volte un fruscio delle banconote.

I soldi vengono accumulati, contati, impilati, cellofanati e nascosti nell’intercapedine ricavata dietro un muro a scomparsa, dall’imprenditore coadiuvato dalla moglie. Alla fine i poliziotti troveranno 2,7 milioni di euro. «Con queste risorse – annotano gli investigatori – Greco avrebbe finanziato attività illecite tese al mantenimento ed accrescimento del proprio patrimonio».

Secondo gli inquirenti «le risorse sarebbero state utilizzate per finalizzare le azioni di corruttela sia per la vicenda Cirio, sia per corrompere (luglio del 2015) alcuni funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Napoli». Tutto ciò per assicurarsi un accertamento fiscale di «favore». Le risorse sarebbero state utilizzate anche per affrontare le richieste estorsive dei clan.

L’approvvigionamento dei «fondi neri» sarebbe avvenuto attraverso diversi canali, «dal casertano tramite Patrizio S., dalla Cil Srl (azienda di Greco, ndr), verosimilmente per vendite non fatturate, realizzate con il fondamentale intervento di alcuni dipendenti e collaboratori (rete venditori)».

I ricavi in nero, sarebbero avvenuti anche tramite gli incassi di denaro contante «provenienti dai canoni di locazione dichiarati al fisco per un diverso ammontare, nonché da operazioni truffaldine come quella della fittizia assunzione di Salvatore S.». Greco avrebbe attuato anche un sistema per riciclare il denaro e farlo apparire «pulito».
Si sarebbe trattato di soldi che lo stesso imprenditore avrebbe prestato a terzi, soldi che sarebbero «ricomparsi» sui suoi conti correnti, versati tramite assegni, sotto forma «non di restituzioni di quanto concesso a mutuo, ma di prestiti invece ricevuti dallo stesso. Con tale escamotage, dunque, i soggetti assumevano la simulata qualità di creditori nei confronti di Greco, invece di quella reale di debitori solventi».
Ruolo fondamentale, secondo gli inquirenti sarebbe stato ricoperto anche dal commercialista e amministratore di alcune società di Greco. Il professionista avrebbe dimostrato di essere «perfettamente integrato nei propositi illeciti» dell’imprenditore.

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