A 83 anni si spegne l’erede della grande sartoria napoletana amata da reali, artisti e jet set internazionale
Napoli saluta Mariano Rubinacci, maestro della sartoria napoletana scomparso a 83 anni. Con lui se ne va un interprete rigoroso dell’eleganza sobria. Tuttavia resta una lezione che ha attraversato il Novecento. Infatti Rubinacci ha trasformato un laboratorio di via Filangieri in un simbolo internazionale.
Addio a Mariano Rubinacci, ambasciatore di Napoli
L’addio a Mariano Rubinacci segna una perdita culturale oltre che imprenditoriale. Nato nel 1942, aveva raccolto nel 1961 l’eredità del padre Gennaro. Tuttavia non si limitò a custodire la tradizione. La rinnovò con coraggio, mentre il prêt-à-porter avanzava.
«La mia è una sartoria della sottrazione dove la leggerezza è frutto di studio, disciplina e tempo», spiegava. Per questo difese la manualità napoletana, ma introdusse visione e mercato.
Le radici: Bebè Rubinacci e la London House
La storia parte nel 1932 con Gennaro Rubinacci, detto Bebè. Fondò la “London House” e inventò la figura del consulente di eleganza. Inoltre creò un rapporto diretto tra sarto e cliente.
Nei registri compaiono nomi storici: Vittorio De Sica, Curzio Malaparte, il principe Umberto di Savoia, Eduardo De Filippo. Tuttavia Bebè non vendeva solo abiti. Offriva uno stile come “specchio della personalità”.
Cachemire per Umberto, seta per De Sica, pied de poule per Eduardo. Ogni scelta era pensata, quindi codificata negli archivi.
Addio a Mariano Rubinacci e la giacca destrutturata
Con Mariano si consolida l’invenzione della giacca destrutturata. Un capo “svuotato”, alleggerito, nato togliendo. «La giacca napoletana è l’elogio dell’imperfezione», diceva.
Negli anni Settanta arriva la rivoluzione del “light weight”. Tessuti impalpabili, pesi allora considerati impossibili. Inoltre l’incontro con Vincenzo Panico rafforza la svolta. Gabardine finissime e blazer leggerissimi conquistano il jet set.
L’incontro con Giorgio Armani e la sobrietà condivisa
Il percorso di Rubinacci si incrocia con quello di Giorgio Armani. Si conobbero nell’azienda di Nino Cerruti. Due sensibilità affini, unite da un’estetica rigorosa.
Mariano ricordava Armani arrivare con una Porsche giallo limone. Sceglieva i tessuti e ripartiva. «Avevamo la stessa attitudine, anche se lui ha saputo venderla meglio di me», ironizzava. Tuttavia la comune passione per la sobrietà li legò per sempre.
Il successo internazionale tra Londra e Mayfair
Intanto la maison cresceva oltre l’Italia. Jacob Rothschild dichiarava una “dipendenza” dalle sue giacche. Bryan Ferry parlava di abiti così leggeri “da sembrare di non averli addosso”.
La presentazione del volume “Rubinacci and the Story of Neapolitan Tailoring” all’ambasciata italiana di Grosvenor Square consacrò il marchio. Inoltre l’apertura della boutique di Mount Street, a Mayfair, portò Napoli nel cuore di Londra.
Accanto a Mariano, la moglie Barbara e i figli Alessandra, Marcella, Luca e Chiara. Intanto coltivava un sogno: un museo della sartoria napoletana. Per questo la sua eredità resta artigianale e culturale insieme.

















