Nel frattempo Abc diventa gestore unico del ciclo integrato

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, continua a parlare in termini trionfalistici di Abc, Acqua bene comune (ex Arin), la partecipata che, unico esempio su territorio nazionale, gestisce il servizio idrico in maniera totalmente pubblica. Anche questo, soprattutto questo, contribuisce alla diffusione dello storytelling arancione che parla di «modello da esportare». Ma nei fatti, come sta Abc? E’ in crisi, anche se non lo si racconta. Il Comune deve alla controllata di Palazzo San Giacomo, guidata dal commissario Sergio D’Angelo, servizi per il corrispettivo di 60 milioni di euro.

Come azionista di Abc, Piazza Municipio risulta non aver pagato conti per le prestazioni di cui ha usufruito. Tra queste ci sono la manutenzione delle fontanine pubbliche (sempre più rare in città, quelle funzionanti); il servizio fognature; finanche la manutenzione per le bocchette e le bollette per l’acqua utilizzata dai pompieri. A ciò si aggiunga pure che nelle casse della partecipata che ha sede nel «palazzo colorato» di Ponticelli, non entra nemmeno l’aggio (vale a dire il compenso che l’agente della riscossione percepisce per l’attività di incasso dei crediti) sul recupero delle fatture per le forniture domestiche. Il «buco» è considerevole e il tentativo di recupero di buona parte di quei sessanta milioni (circa la metà), attraverso l’azione di riscossione, potrebbe innescare una vera e propria guerra a suon di carte bollate in tribunale.

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Il rischio di un contenzioso in tribunale tra Comune e Abc

Sarebbe l’unico modo, al momento, per evitare il crac. Da un lato ci sarebbe Abc, dall’altro l’azionista, vale a dire Palazzo San Giacomo.  Previsioni per il futuro? Niente di buono, a meno che non si decida di agire in maniera fattiva e immediata. Ci potremmo presto trovare davanti a una partecipata alla deriva, un’azienda che stenterebbe finanche a galleggiare. Frutto di una gestione che non si può definire certo accurata e precisa. C’è pure da riportare un dato, relativo all’aumento dei costi in bolletta per una famiglia tipo (formata da quattro persone), a Napoli: negli ultimi anni si registra un più 40% sulla spesa per il servizio idrico. In antitesi con i propositi originari per il passaggio da Arin a Abc, vale a dire la fornitura di acqua a tariffe contenute.

Nel frattempo, però, il Consiglio di distretto idrico Napoli, su proposta del coordinatore Carmine Piscopo, ha approvato la delibera relativa alla gestione del Servizio idrico integrato, indicando Abc come gestore unico del ciclo integrato delle acque. Piscopo e de Magistris parlano di «importante atto politico con il quale i 32 comuni che rientrano nella Città Metropolitana di Napoli, affermano con forza la pubblicizzazione della gestione del Servizio idrico, attraverso il modello gestionale adottato nella città di Napoli con Abc, ritenuto un modello virtuoso da allargare a tutta l’area metropolitana».

Quei toni trionfalistici che confondono le acque

«Napoli – continuano Piscopo e de Magistris – è stata la prima grande città italiana a dare concreta attuazione al referendum del 2011 e con questo atto i 32 comuni della città metropolitana riconoscono un modello capace di garantire l’acqua pubblica, partendo dal ciclo integrato delle acque. E’ ancora un passo nella direzione della costruzione di una politica dei beni comuni, intesi quali beni sottratti all’uso esclusivo e alla privatizzazione, per l’esercizio dei diritti essenziali delle collettività, come, appunto, l’acqua, che è di tutti». Toni trionfalistici, populisti, i soliti, che però, è il caso di dirlo, confondono le acque sullo stato di salute attuale (per niente felice) che caratterizza Abc.