L'edicola votiva realizzata in memoria del capoclan Domenico Russo e di suo figlio Maurizio

E’ lì da 19 anni, realizzata per celebrare il capoclan Mimì naso ’e cane, ma nessuno ne chiede la rimozione

di Fabrizio Geremicca

Meno di cinque minuti a piedi. Tanto dista la piazzetta nella quale è stato realizzato il murale che chiede verità e giustizia per Ugo Russo – l’adolescente ucciso da un carabiniere in borghese che il ragazzo aveva tentato di rapinare un anno fa in una traversa di via Santa Lucia – dalla cappella votiva che omaggia Mimì naso ’e cane, al secolo Domenico Russo, e suo figlio Maurizio. Ugo era uno dei figli persi di Napoli: studi interrotti, lavori saltuari e malpagati, un padre a sua volta protagonista di vari reati e più volte detenuto. Non era un camorrista o, almeno, non lo era ancora diventato.

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Era un rapinatore, certamente, ed impugnava una pistola giocattolo. I suoi familiari, ad un anno dall’autopsia ed in prossimità della conclusione delle indagini, attendono di capire esattamente quale sia stata la dinamica di quella tragedia, da quale distanza e quando esattamente il carabiniere sparò e colpì mortalmente il ragazzo. Nel frattempo il murale è diventato il bersaglio di tutti quelli che ne auspicano la rimozione perché rischia di trasmettere – sostengono – un messaggio negativo, di glorificare il crimine, di alimentare il culto della illegalità. Lo chiedono esponenti politici in cerca di visibilità, membri di associazioni a caccia  di voti per le prossime amministrative, qualche giudice, alcuni intellettuali. 

Si può essere d’accordo o meno, ma si può anche sorridere amaramente.  A poche centinaia di metri dal viso di Ugo Russo impresso sulla facciata del palazzo, percorrendo in salita  le poche scale che dalla piazzetta portano al vicoletto dove abitò Domenico Russo, fondatore del sodalizio camorristico che tra gli anni Ottanta e Novanta contese ai Di Biase – altro clan molto ramificato all’epoca – gli affari illeciti in quella zona dei Quartieri Spagnoli,  ci si imbatte infatti in ben altro omaggio. Non la richiesta di verità sulla morte di un quindicenne rapinatore, ma un altare completamente abusivo per un capoclan. Domenico Russo era, infatti, un boss alleato dei Misso, dei Mariano e dei Lepre. Fu ucciso l’otto gennaio 1999 al vico canale Taverna Penta, non lontano dalla sua casa. Secondo gli inquirenti pagò il tentativo di mettersi in proprio per gestire il narcotraffico.

A quel delitto seguirono altro sangue e vendette. Il 20 aprile 1999 fu assassinato il settantunenne Francesco di Biasi in via Figurelle a Montecalvario. Toccò poi ad Antonio di Biasi e, il 9 aprile 2000, a Maurizio Russo, 28 anni,  uno dei figli di Mimì naso ’e cane. Ciro, Michele e Salvatore Russo, i figli superstiti, a marzo 2002 hanno trasformato il loro legittimo dolore personale, il loro ricordo, in una edicola votiva costruita sulla strada e  che è come un marchio.

Sembra dire – al di là delle stesse intenzioni di chi l’ha realizzata –  che lì vissero e morirono i Russo e che quel territorio era ed è cosa loro. Messaggio certo inquietante – tra l’altro uno dei nipoti di naso ’e cane è stato arrestato due anni fa con l’accusa di porto e detenzione di armi da guerra e di ricettazione –  a differenza del murale che chiede verità e  giustizia per il rapinatore quindicenne morto dodici mesi fa. La cappella in onore di Domenico Russo  sta lì da 19 anni e pare non abbia suscitato alcuno scandalo e nessuna protesta.

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