Il boss della Nco, Raffaele Cutolo

di Giancarlo Tommasone

C’era la luna piena e un fiume di adrenalina in divisa. Appuntamento al porto dove si radunarono duemila agenti di polizia per fare la storia. Sono passati 35 anni da allora, da quel 17 giugno del 1983 che significò l’inizio della fine per la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. In manette finirono centinaia di persone, perfino una suora.

Testimone diretto di quell’operazione,
l’ex capo della Mobile di Napoli ed ex questore di Ascoli, Giuseppe Fiore. All’epoca, a guidare la Siena-Monza (altro modo di identificare la Mobile) c’era Franco Malvano

L’ex questore Giuseppe Fiore

«La squadra che coordinavo era formata da circa 300 agenti. Avevamo, solo noi, in carico l’esecuzione di 45 misure – racconta Fiore – Ricordo il discorso che feci ai miei uomini chiedendo loro di impegnarsi al massimo e di continuare a cercare se nel caso il primo tentativo fosse andato a vuoto».

Al porto di Napoli furono radunati
circa duemila agenti di polizia

A partire furono prima le pattuglie che dovevano raggiungere le destinazioni più lontane, così da agire quasi in simultanea ed evitare fughe di notizie. «Quando dopo circa mezz’ora, arrivò la comunicazione, che annunciò l’esito positivo con la prima cattura, ci fu un boato. Era cominciato tutto. Me lo ricordo come fosse ieri, alla centrale operativa giunse la chiamata: Siena-Monza 13 positivo», spiega Fiore. «Alla fine si arrivò ad eseguire in totale circa 700 arresti. Innegabile il valore di quell’operazione che consentì di principiare la fine della Nco e di liberare Napoli dalla camorra per anni, anche perché non dimentichiamo che di lì a pochi mesi sarebbe partito l’attacco finale anche nei confronti della Nuova famiglia», dichiara ancora l’ex capo della Mobile.

Enzo Tortora saluta un agente di custodia all’uscita del carcere di Bergamo

Quella notte fu arrestato anche un innocente,
il popolare presentatore televisivo Enzo Tortora

Fiore, memoria storica della polizia, si trova a redigere in quegli anni una relazione su un numero di telefono. «Tortora non andava arrestato. Del resto almeno per quanto mi toccò di occuparmi delle indagini, fu io a controllare il famoso numero di telefono trovato nell’agendina di Giuseppe Puca (alias ’o Giappone, ndr), recluso all’epoca nel carcere di Lecce. Dopo un banale accertamento, escludemmo subito che si riferisse a quello del popolare presentatore, perché dal numero risalimmo al titolare dell’utenza, che si chiamava Tortona. Mi chiedevo, qualche tempo dopo, come era possibile che quell’elemento fosse oggetto di tale battaglia procedurale. C’era una relazione, frutto dell’accertamento che escludeva in materia categorica che quel numero portasse a Tortora», afferma Fiore.

La relazione di Fiore escluse che il numero di telefono trovato nell’agendina di Giuseppe Puca fosse riferito a Tortora.
Del numero era intestatario un certo Tortona

All’epoca però, sottolinea il questore, «la parola dei pentiti era considerata quasi come un elemento di prova». Certo erano altri tempi, erano gli anni Ottanta, erano gli anni dei 200 omicidi di media, della Nco e della Nuova famiglia. Tra le vittime di quegli anni ci fu, purtroppo, anche Enzo Tortora: un innocente in mezzo a centinaia di camorristi.