Lo scrittore Roberto Saviano nel suo best seller Gomorra scrive: «Non era semplicemente uno dei moltissimi imprenditori che facevano affari con e per mezzo dei clan… era l’Imprenditore in assoluto, il numero uno, il più vicino, il più fidato». Tratteggia così la figura di Dante Passarelli, «il re dello zucchero» deceduto nel 2004. Saviano, nel suo romanzo, scrive pure che «le indagini stavano procedendo alla progressiva confisca dei beni quando Dante Passarelli venne trovato morto… caduto dal balcone di una delle sue case. Le indagini sono tuttora in corso. Non si comprende ancora se è stata fatalità, o una notissima mano anonima a far cadere l’imprenditore dal balcone in costruzione. Con la sua morte tutti i beni, che sarebbero dovuti passare alla disponibilità dello Stato, sono tornati alla famiglia». Nelle scorse ore, quei beni di cui parla Saviano, sono stati dissequestrati. Rappresentano l’eredità di Biagio e Franco Passarelli, figli di Dante. La Corte d’Appello di Napoli, su rinvio della Suprema Corte di Cassazione, ha revocato la confisca e di conseguenza ha disposto il dissequestro dei beni tolti il 7 marzo 2013 dal tribunale di Napoli agli eredi dell’imprenditore. L’uomo era titolare dell’ex Ipam. Morì durante il processo Spartacus I nel quale era imputato come imprenditore di fiducia del clan dei casalesi. Al momento della sua morte, i suoi beni erano sotto sequestro già da nove anni. I figli di Dante, Biagio e Franco Passarelli furono arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2013.

Bisogna però soffermarsi su un altro particolare: quello sulla morte dell’imprenditore. La sentenza è del 10 dicembre 2006, posteriore all’uscita del libro di Saviano, mette la parola fine sulle cause del decesso di Passarelli e smentisce anche l’ipotesi «investigativa» dello scrittore. Il gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Ciro Iacomino, archiviò l’indagine contro ignoti aperta all’indomani del decesso di Passarelli. Si trattò, dunque di incidente. Con la morte dell’imprenditore e prima della conclusione del processo, la Corte di Assise, estinguendo il reato per decesso dell’imputato, era stata costretta, per legge, a restituire circa 200 milioni di euro di beni sequestrati.
L’imprenditore morì all’ospedale Cardarelli a causa di numerose lesioni agli organi interni originate da una caduta accidentale da un’altezza di circa 7 metri. Aveva subito un paio di furti nelle settimane precedenti alla morte, stava parlando al cellulare quando all’improvviso scivolò dal solaio di un capannone dove era solito salire e passeggiare per controllare eventuali anomalie o la presenza di estranei. La Procura, dopo un’approfondita indagine avviata sulle circostanze del decesso, aveva chiesto l’archiviazione accolta dal gip che chiuse il caso ritenendo «esaustivo il compendio investigativo raccolto» e reputando «infondata la notizia di reato».