di Francesco Monaco.

Gomorra è una delle serie di maggior successo a livello internazionale, che dal 2014, anno della sua primissima uscita, a oggi, ha conquistato una fetta sempre maggiore di pubblico. In ogni caso, non sono state, e non sono, poche le polemiche intorno alla fiction basata sul romanzo di Roberto Saviano. In particolar modo nell’eterna diatriba se sia la finzione a copiare dalla realtà o viceversa. Se Enzo «Sangue Blu» sia più l’immagine, sebbene folcloristica, com’è stata definita, dei nuovi baby boss, oppure se questi ultimi si ispirino proprio al nuovo personaggio apparso in questa terza stagione.

Ma proprio in tema di spunti, ispirazioni e citazioni, questo terzo anno di Gomorra ha fatto riscontrare alcuni omaggi fatti dagli autori a capolavori del genere di un passato più o meno recente. Non sarà sfuggito, infatti, come nella scena finale della quarta puntata, mentre Genny (Salvatore Esposito) viene prima rapito e poi picchiato dai camorristi di Napoli Centro, la battuta di uno di loro «Secondo te Avitabile è ‘na femmena?», somigli molto al «Marsellus Wallace ha l’aspetto di una puttana?» urlato in faccia al povero Bret da Jules (Samuel L. Jackson) in «Pulp Fiction» di Tarantino. Entrambi convinti che i rispettivi capi non possano e non debbano essere oggetto di ripercussioni sessuali nella vita reale, quali un uomo dovrebbe fare a una donna e non a un socio d’affari.

Da una citazione a un’altra, il quinto episodio ne contiene addirittura due. E coinvolgono entrambi Arturo Muselli e il suo Enzo, personaggio nuovo, ma senza dubbio centrale in questa stagione. La prima delle due puntate di venerdì scorso, infatti, si apre con il furto di un camion ad opera proprio della sua baby gang, che si conclude con una veloce conversazione tra il giovane «Sangue Blu» e l’autista dello stesso. «Nun me fa’ venì a casa toja», gli dice il camorrista dopo avergli preso il documento dal portafogli e letto nome, cognome e indirizzo.

Anche qui, la mente torna indietro alla minaccia molto simile che Jimmy Conway, con il volto di Robert Deniro, fa a un altro guidatore di camion, dopo avergli sottratto lo stesso e il suo contenuto, in una scena di «Quei bravi ragazzi» di Martin Scorsese. «Tu non lo sai chi siamo noi – gli dice con il documento tra le mani – ma noi sappiamo chi sei tu, lo capisci?».

Due in un colpo solo, dicevamo. E infatti, qualche minuto dopo, Sky si rifà a se stesso. Perché l’autocelebrazione non è per forza di cose una pratica sbagliata. Tocca a Ciro Di Marzio, magistralmente interpretato da Marco D’Amore, far tornare lo spettatore a qualche anno fa nella scena in cui domanda ai giovani malavitosi cosa vogliano fare con il denaro della rapina alla banca appena messa a segno.

Chiudendo gli occhi, davanti a noi appare Francesco Montanari con il suo Libanese che, in «Romanzo Criminale», dice ai membri della batteria: «Piamose Roma!». E qui i dialoghi finiscono quasi per fondersi. A partire dal monito dell’Immortale: «A gente che vo’ crescere ‘e sord’ l’adda investì». Alla riposta in romanesco di uno dei fratelli Buffoni: «Lo rinvestimo in che?». «Progetto comune, ‘na cosa in grande», insiste Libano. «Pe se fa chiu’ fort. Vuje che vulit essere?», chiosa Ciro.

Insomma, non è dato sapere se Gomorra abbia o meno ispirato le gesta negative dei giovani criminali di oggi. Se la realtà abbia recuperato modelli dalla finzione. Ma senza dubbio la fiction di Saviano è andata a recuperare da quest’ultima alcune ispirazioni e omaggi dal passato. E siamo solo al sesto episodio.